Intervista al M° e Premio Oscar Nicola Piovani per Micromega

“L’indignazione non basta più”. Intervista a Nicola Piovani

Intervista a Nicola Piovani di Mariagloria Fontana
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Uno dei nomi per i quali all’estero ci si può vantare di essere italiani, un’attività artistica poliedrica, coronata dal prestigioso Premio Oscar nel 1997 per la colonna sonora del film “La vita è bella”. Nei prossimi giorni sarà in scena con un concerto ‘in quintetto’ presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il Maestro Nicola Piovani non si risparmia per MicroMega, con velato sarcasmo e una buona dose di critica, parla di arte, politica, vita e dei suoi prossimi progetti.

Honoré De Balzac voleva fare lo scrittore a tutti i costi ed ebbe degli iniziali insuccessi ma, convinto che sarebbero arrivate delle grandi soddisfazioni, non desistette. Bruce Springsteen ricorda di aver intuito da subito che avrebbe fatto qualcosa di importante con la musica. Maestro, lei quando ha capito che la musica sarebbe stata determinante nella sua vita?
No, non l’ho mai capito. Per quel che ricordo non c’è stato un momento preciso in cui io mi sia convertito alla musica. Da sempre, da bambino, la musica è stata presente nelle mie giornate e, da molti anni, è il mio mestiere, il lavoro di cui vivo, in tutti i sensi. La musica ha ancora la capacità, a volte di sedurmi e, altre, di sorprendermi, in qualsiasi forma: un madrigale di Monteverdi, un passaggio orchestrale di Verdi, un solo di Brad Mehldau, una macchietta di Cioffi-Pisano, un’invenzione timbrica di Morricone, una bella ruffianata di Lloyd Webber, una parodia di Stefano Bollani, la fisarmonica di Germano Mazzocchetti, il violoncello di Giovanni Sollima. In questo momento, per esempio, sono euforico perché ieri sera ho assistito al Nabucco diretto da Muti.

Che ricordi ha della “compagnia della luna” che fondò con Vincenzo Cerami?
Altro che ricordi: la Compagnia della luna è il mio presente, è il lavoro al quale dedico molto del mio tempo. L’attività artistica della compagnia non s’è mai interrotta, pur fra tanti intoppi di tipo burocratico e amministrativo. Negli ultimi anni abbiamo realizzato, fra l’altro, Concha Bonita, Semo o nun semo, L’isola della luce, La cantata dei cent’anni, Epta, La guardiana del faro, Padre Cicogna, tutti titoli di cui come produttore sono orgoglioso e che, prima o poi, tornerò a distribuire. Il teatro musicale è per me la forma più affascinante di attività artistica che esista.

Lei ha composto la sigla di Anno Zero e l’anno scorso l’ha suonata dal vivo nella puntata ‘speciale’ della trasmissione di Santoro intitolata: ‘Rai per una notte’. Cosa l’ha spinta a partecipare alla trasmissione?Ritengo che sia necessario difendere la libertà di espressione, di stampa, di pensiero, fino in fondo, senza entrare nel merito dei valori. Un giornalista, o un artista, che viene censurato perché non piace a chi governa, come è successo a Santoro, Luttazzi, Biagi, Guzzanti e a tanti altri meno noti, va difeso senza necessariamente condividerne le posizioni. È una questione di metodo, non di merito. Può piacermi o non piacermi il battagliero Santoro, o l’eroica Gabanelli, o il prezioso Fazio, non conta e non deve contare per esprimere la mia solidarietà. Lo scriva questo, perché per me è importante. Ho aderito alla manifestazione di Michele Santoro non perché è un grande giornalista o perché condivido buona parte delle sue idee. Avrei aderito anche a una manifestazione in difesa del Bagaglino, se Prodi avesse minacciato di chiuderlo perché infastidito dalle loro satire. Sono andato a suonare di persona a Rai per una notte a Bologna, e lo rifarei, anche se Luttazzi, per esempio, non mi fa ridere. Ma certe cose vanno fatte, come dice Totò, a prescindere.

Un artista ha anche una coscienza politica e civile. Cosa le sta dicendo la sua in questo momento?
Mi sta dicendo che chi mal governa alza ogni giorno il tiro e chi si oppone rischia di perdere la bussola. Sento un gran bisogno di un parlare chiaro, di discorsi limpidi, rigorosi, di chiamare le cose col loro nome. Invece, mi imbatto continuamente nelle frasi fatte dell’aria fritta e della segatura zuppa: “qui il discorso è un altro”, “ci vuole una risposta politica”, “non è questione di destra e sinistra”, “la verità è una sola”, “la ragione sta nel mezzo” e fregnacce simili. Il bla bla bla ci mortifica. In più c’è il dramma del narcisismo, un virus che sta infettando sempre di più l’ambito politico italiano, non solo nella maggioranza. Un tempo, la vanità individualista era una tipicità degli attori. Se si guarda la politica in tv, la frase a effetto conta più del rispetto per la verità, il fondotinta vale più delle idee. Il Processo di Biscardi è il modello dialettico di molte trasmissioni televisive sulla politica e tutti fanno a gara per andarci.

Cosa ne pensa di manifestazioni come quella di qualche sabato fa in difesa della Costituzione? Se glielo avessero chiesto avrebbe partecipato?
Se non fossi stato impegnato per lavoro avrei sfilato nel corteo. Ma ormai aderisco a queste manifestazioni con un crescente senso di impotenza. “Basta”, titolava per l’ennesima volta una testata meritevole e indipendente, “Basta” recitavano molti striscioni. “Basta” urlavano i manifestanti. Mi viene in animo un doloroso interrogativo: “Basta” e poi? Cosa diciamo? “Basta” e basta? Siamo in molti ogni volta a sfilare indignati; poi però ci sparpagliamo quando si va a votare, cioè nel momento pratico che più conta nelle nostre democrazie. Nelle urne elettorali l’indignazione non si compatta, ci arriva in ordine sparso, i numeri premiano la destra, e noi torniamo a sfilare indignati e a strillare “Basta!” e basta. Come si può fare in modo che la banda di Arcore abbia almeno una decina di parlamentari in meno dell’opposizione?
Mi viene in mente Achille Campanile: “Basta di dire ‘Basta’ e basta. Non basta!”

I tagli alla cultura (poi annullati, nda) e alla scuola pubblica, i finanziamenti alle scuole paritarie previsti da questa finanziaria varata dal Governo. Il Maestro Piovani che idea si è fatto in merito a ciò?
Il Fus è stato ripristinato, grazie anche alla protesta di tanti lavoratori dello spettacolo. Una piccola nota di ottimismo per il settore, meno per la benzina. Vuol dire, comunque, che nella maggioranza c’è qualcuno che rispetta le cose belle. Invece, l’immagine che danno sia il premier sia i ministri più importanti è quella di persone che detestano la cultura e i libri che non siano i libri contabili da taroccare, deprecano il teatro che non sia quello con le gnocche e le chiappe al vento, la musica che non sia il piano bar dei festini. Infine, odiano la poesia in blocco, compresa quella di Bondi.

“La vita è bella” a parte, a quale dei film per i quali ha scritto la colonna sonora è più legato o ricorda con maggiore nostalgia?
La nostalgia è variabile, di mese in mese, e rischia di farti vivere con la testa girata all’indietro. La nostalgia è la vigilia del capolinea. Va tenuta a bada. Preferisco pensare a oggi, anzi, a domani: “La conquête”, un film di Xavier Durringer che ho musicato di recente, in uscita a maggio in Francia e la mia prossima opera da concerto: “Viaggi di Ulisse”.

Lei ha musicato, tra gli altri, film di Fellini, Bellocchio, Monicelli, i Taviani, Benigni, Moretti e molti altri grandi autori italiani. Cosa ne pensa del cinema italiano attuale?
Considerate le condizioni produttive veramente mortificanti, i cineasti italiani mi sembra stiano facendo miracoli. Produciamo poco, ma abbiamo una buona, buonissima media; a parte poi alcuni film magnifici degli ultimi tempi, da “Gomorra” a “Vincere” a “Una vita tranquilla”.

Lo hanno definito per molti anni il naturale erede del Maestro Morricone, le fa piacere o no? Lei ha incontrato il suo Sergio Leone?
Troppo onore, magari! Ennio Morricone è un maestro vero, in tutti i sensi. Io ho imparato molto da lui e non sono l’unico. Ho imparato ascoltandolo, studiandolo, conversando con lui di musica, spiandolo mentre lavora, chiedendogli consigli e non solo. Credo che la stagione western di Leone-Morricone sia irripetibile. Da parte mia però ho avuto la fortuna impagabile di lavorare con grandi artisti che qualche volta sono anche amici veri.

La bella musica è sempre immediata e arriva dritta al cuore come la sua?
La ringrazio del complimento, ma esistono tanti tipi di buona musica. C’è una musica più complessa che per essere amata ha bisogno di molta attenzione, di concentrazione, di curiosità. C’è, all’altro polo, una musica alla quale bastano quattro note e due accordi per colpire al cuore. Io in questo momento sono molto attratto dalla complessità dell’Anello del Nibelungo di Wagner, per esempio. Ma resto sempre a bocca aperta davanti a certe canzoni napoletane o spagnole che, con otto battute, hanno la capacità di inumidirmi gli occhi e il cuore.

Rota-Fellini, Morricone-Leone e, non ultimi, due film italiani che vinsero l’oscar come “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore con la musica di Morricone e “La vita è bella” con la sua memorabile colonna sonora da Oscar. Quanto deve un film alla sua colonna sonora e viceversa?
Non esagererei, il campionario è vasto. Ci sono film che senza musica crollerebbero e altri che potrebbero farne completamente a meno. Ci sono anche quelli distrutti da una musica sbagliata. Ma non mi chieda di fare un esempio.

Cinema, teatro, musica. Al di là delle grandi soddisfazioni professionali che ha ottenuto, cosa vorrebbe ancora realizzare?
Il mio sogno resta sempre lo stesso: gestire un teatro musicale in cui organizzare concerti, opere, operette, musical, poesia, prosa. Un teatro vivo e moderno, che coltivi il suo pubblico, che lavorando quotidianamente faccia amare il teatro a chi ha meno di 25 anni. Che possa contare su un poco (ho detto un poco) di fondi pubblici, da gestire con trasparente efficienza, senza però che ci si mettano di mezzo la politica e di conseguenza il clientelismo. Ma naturalmente è un sogno che resterà sogno. Di questi tempi poi…

(4 aprile 2011)

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Intervista a Giancarlo De Cataldo- “I Traditori”( Einaudi 2010) per lo ‘speciale’ dei 150 anni dell’Unità d’Italia su Micromega.net

Intervista a Giancarlo De Cataldo -‘I Traditori’.
pubblicata per i 150 anni dell’Unità d’Italia su Micromega. net

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Storia, finzione e mito. Ci spiega brevemente come ha mescolato questi elementi nel suo ultimo libro: ‘ I Traditori’?
La premessa è che racconto il Risorgimento da scrittore, non da storico, quindi ho una predilezione per le vicende avventurose, racconto la storia un po’ come fosse un grande romanzo d’appendice, un feuilleton. È una sorta di riappropriazione della storia, priva di elementi retorici. Un Giuseppe Mazzini quasi da fiction e paradossalmente più corrispondente al ‘vero’ di quanto ci hanno tramandato. La verità è che per fondare una nazione si è costretti a ricorrere a metodi rivoluzionari che sono la cospirazione, la violenza e la guerra. Questo atto fondante della nostra nazione lo abbiamo un po’ rimosso avvolgendolo da una patina di retorica e, invece, le cose , leggendo i documenti dell’epoca, non stavano così come ce le hanno raccontate. Questo è un po’ il senso dell’avventura de ‘I Traditori’.

Eroi o traditori, chi sono i rivoluzionari protagonisti del Risorgimento da lei descritti?
Nella storia, ma anche nei racconti, nessuno è mai eroe a 360 gradi come pure non è mai completamente traditore. Il mio libro è un epos onnicomprensivo, ci sono episodi turpi, affari loschi, ambizioni politiche, ma soprattutto tanti giovani entusiasti e generosi; elementi apparentemente antitetici convivono assieme. La storia, sovente, ci racconta peggio di come siamo. Ma nell’oscurità delle nostre debolezze c’è la luce, come pensavano i rivoluzionari. Eppure noi la reprimiamo questa nostra storia d’Italia.

Curzio Maltese ha definito il suo romanzo “il lato oscuro del risorgimento”, è d’accordo?
Come le stavo dicendo, credo che in quella oscurità ci fosse anche della luce, perché come si fonda una nazione? Con la guerra. E come si fa la guerra? nel modo in cui hanno pensato i rivoluzionari, raggiungendo un obiettivo con una certa eterogenesi dei mezzi, cioè non arretrando. Oggi, se pensiamo a due grandi problematiche italiane irrisolte, è ben diverso, perché non siamo andati avanti. Mi riferisco alla disparità fra l’Italia del nord e quella del sud e alla presenza della criminalità organizzata. C’erano allora e sono rimaste anche adesso. Man mano che scrivevo, pensavo che stavo scrivendo un romanzo sull’oggi o, almeno, che si può leggere come un romanzo sull’oggi.

Lei descrive il Risorgimento anche come una grande rivoluzione generazionale. Oggi sarebbe possibile ?
Questa non è una fase rivoluzionaria. Viviamo in una democrazia, sappiamo che si conquista il consenso con le elezioni e poi si governa. Non si possono fare dei paragoni così stretti. Certo è che siamo sicuramente in una fase di grande confusione. L’Italia è in un momento di stanchezza, di disgregazione. I giovani sono disoccupati, oppure sono rincoglioniti dallo sballo, o sono del tutto indifferenti. In questo quadro generale, una raddrizzata sarebbe opportuna. È ovvio che non è la guerra ciò di cui abbiamo bisogno, ma necessitiamo di una ricostruzione culturale, di un tessuto culturale che il Risorgimento possedeva. Il nostro è un Paese molto malato.

Il suo celebre “Romanzo criminale” è divenuto un film di successo e poi un serial tv di culto. Ma quanto c’è di cinematografico nei suoi romanzi?
Dal cinema, come spesso mi accade, vengo influenzato moltissimo. Il cinema ha sempre accompagnato la mia vita e ha nutrito il mio immaginario. Da bambino andavo a vedere i film di cappa e spada, ne ero affascinato, e poi c’erano i racconti di mio padre e di mio nonno, le storie comuni della gente, vivide nella mia memoria, e per come le ho vissute molto vicine al cinema e anche al mio amore per il teatro.

Come nasce la sua collaborazione con Mario Martone, regista di “Noi Credevamo” ( tratto dal libro omonimo di Anna Banti, nda) del quale lei ha firmato la sceneggiatura ?
Con Martone siamo amici da molti anni. Ci siamo ritrovati in vacanza assieme in Puglia e tra una mozzarella di bufala e una battuta è nata la voglia di fare assieme questo film. Tuttavia, ‘Noi Credevamo’ è un’opera totalmente di Mario, io ho dato solo un piccolo apporto. Ritengo Mario uno dei pochi veri geni che abbia l’Italia. È un talento preziosissimo. Come diceva Carmelo Bene: “ il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”.

Sulla copertina de ‘I Traditori’ campeggia una donna di un quadro di Dante Gabriel Rossetti e come tutte le figure care al pittore è carnale, dotata di sensuale erotismo. La figura delle donne nel suo romanzo, invece, com’è?
Per quanto riguarda la copertina del libro, amo follemente le opere di Dante Gabriel Rossetti. La sensualità delle sue donne fa parte di quell’immaginario personale, di quei ‘fantasmi erotici’ che ognuno ha e che porta con sé. Inoltre il pittore e poeta Rossetti è vissuto in quegli stessi anni in cui è ambientato il mio romanzo. Le donne del mio libro possiedono una passionalità e una sensualità che hanno le proprie radici nell’ ambientazione storica e geografica sia dell’Italia che dell’Inghilterra di quell’epoca nelle quali è narrato il romanzo. Parte della storia che racconto si svolge a Londra, è un ‘Inghilterra quasi gotica, non tutto era appiattito, c’era un fondo sotteso anche peccaminoso, ma non svelato e non massificato. Penso alla decadenza della società vittoriana narrata mirabilmente da Charles Dickens, tanto per intenderci. Le donne protagoniste del mio romanzo sono la Striga, creatura misteriosa dai capelli rossi con un intuito precoce per la matematica, e Lady Violet Cosgrave , la nobile passionaria inglese che si innamora dei rivoluzionari italiani. Striga e lady Violet raffigurano i due riferimenti femminili principali, forse sono le figure più positive dell’intero romanzo. Striga con il suo lato magico-visionario e Lady Violet sul versante razionalista rappresentano due chiavi di lettura possibili, diverse ma entrambe efficaci, di progresso, di cambiamento della civiltà.

Mariagloria Fontana

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Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni (“Report”)

pubblicato su Micromega www.micromega.net

Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni

di Mariagloria Fontana

Ha viaggiato in tutto il mondo realizzando dal 1993 al 2010 più di cento inchieste e videoreportage, documentando guerre, violazioni dei diritti civili e incontrando personaggi di spicco. Nato ad Ardesio dove vive e lavora (ha uno studio da commercialista), nel 1999 Milena Gabanelli lo ‘scopre’ attraverso il suo straordinario ‘materiale’, fino ad allora inedito. Inizia così una proficua collaborazione con la trasmissione “Report” di Raitre. Il suo primo libro, accompagnato da un dvd, si intitola “Ai confini del mondo” e racchiude le esperienze giornalistiche (im)possibili di un uomo ‘comune’.

LEGGI UN ESTRATTO Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja

Chi la conosce sostiene che il suo giornalismo sia ‘mistico’. Trova confacente questa definizione?
Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò che più mi stava più a cuore, vale a dire: tematiche sociali ed ambientali. Quando ho realizzato l’inchiesta sulla pena di morte nel mondo per ‘Report’ mi sono sentito preso da una sorta di viaggio mistico. Indagare sulla sofferenza dell’uomo che procura altra sofferenza è un’esperienza inenarrabile. Grigorij Pomeranc (intervistato da Fornoni nel 2007, nda) dice che il male non è percepito dall’uomo medio e per citare De André: “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” (tratto dalla canzone “Disamistade”, nda). Penso che sia arrivato il momento della cultura, il momento in cui l’uomo debba ridare un messaggio di vita e non di distruzione. Non so se questo mio modo di fare giornalismo sia ‘mistico’, ma voglio stare un po’ più in là in questa vita. Ciò significa andare alla ricerca della verità dei fatti e raccontare quello che vedo.

Come nasce la voglia di viaggiare in giro per il mondo e di documentare situazioni pericolosissime?
Quand’ero giovane volevo diventare un missionario. Quindi, a undici anni, andai in collegio grazie ad un prete comboniano che conoscevo. Dopo quaranta giorni, mio padre, al quale mancava suo figlio, venne a riprendermi. Dopo tutti questi anni, posso dire che fece la cosa giusta. Successivamente ho lavorato come garzone di bottega per ben dodici ore e mezza al giorno ed è stato così fino all’età di diciotto anni. Quando finalmente capii che non volevo continuare a fare quella vita, mi rimisi a studiare. Di giorno lavoravo e di sera frequentavo la scuola.

Poi cosa accadde?
Mi diplomai e mi iscrissi all’università. In seguito, aprii uno studio da commercialista che tutt’ora possiedo, ma che gestiscono per me delle persone fidate. Più il mio lavoro andava bene e più mi dava la possibilità di essere libero nelle scelte e nei viaggi che facevo. Intendo dire che non mi serviva pubblicare un pezzo o mandare in onda un mio filmato per vivere. La mia passione giornalistica era svincolata da tutto. Lo studio da commercialista mi ha sponsorizzato la vita. Ogni volta che partivo e che vedevo tutta quella sofferenza per me era come una “droga”. Ma dove c’era sofferenza c’era anche tanta dignità.

Ha un ricordo in particolare?
Sì, nel 1994 all’ospedale militare di Preah ket in Cambogia. Mi tornano in mente i giovani soldati mandati a combattere i khmer rossi. Ricordo le immagini di questi uomini terribilmente mutilati e sofferenti, ma pronti a tornare a sorridere.

A quando risale il suo primo ‘incontro’ significativo da un punto di vista giornalistico?
Nel 1993 arrivai in Angola e riuscii ad intervistare Jonas Savimbi (politico e guerrigliero angolano, è stato il leader del movimento UNITA-Unità Nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola, nda), nemmeno la Cnn e la Bbc erano riuscite ad ottenere una sua intervista. Documentai i brogli elettorali successivi alle elezioni presidenziali del 1992 e che ufficialmente decretarono la vittoria di Dos Santos. Migliaia di schede con la preferenza per Savimbi e l’UNITA erano state nascoste e, volutamente, non conteggiate.

Eppure, nonostante fosse un’esclusiva mondiale, nessuno pubblicò la sua intervista.
Sì, allora non ero conosciuto e pur avendo un’esclusiva del genere nessuno la volle. La proposi a diverse testate nazionali, ma non se ne fece nulla.

Quando intervistò Anna Politkovskaja le chiese se avesse paura. Ora io lo chiedo a lei.
Nel mezzo dell’azione si ha paura, però o vai avanti o torni indietro. Vorrei ricordare Anna Politkovskaja. L’incontro con lei non fu casuale. Stavo cercando la voce più credibile, la giornalista più attendibile ed era lei. La Politkovskaja dava voce ai civili ceceni e anche ai terroristi ceceni, che erano l’altra parte di un conflitto interno nel quale l’Europa si dimenticò di intervenire. Nessuno ha fermato il genocidio di massa. La Politkovskaja mi disse che scriveva quello che vedeva ed era l’unica ‘regola’ alla quale doveva attenersi un giornalista. Invece, ci sono tanti, troppi giornalisti che scrivono senza nemmeno andare sul posto. È necessario scrivere quel che si vede perché solo stando sul campo puoi trasporre nel tuo pezzo ciò che hai provato a contatto con quella gente. Per questo motivo devi essere lì dove accadono gli avvenimenti.

Cosa pensa dei giornalisti ‘embedded’?
Una delle numerose volte che sono tornato in Cecenia sono stato nei carri armati con i soldati russi, è stata un’esperienza molto breve, ma l’ho fatto per avere anche un’altra prospettiva. A parte questa eccezione, ritengo che sia giusto stare sempre in mezzo alla gente. È necessario capire i guerriglieri e i militari, ma è fondamentale stare dalla parte delle persone comuni che vivono la guerra sulla loro pelle. Solo stando in mezzo alla gente puoi raccogliere le storie vere. Per tornare alla Politkovskaja, anche lei tentava di dare voce alla gente comune. La Politkovskaja è stata uccisa perché ha attaccato i poteri forti. Lei diceva: “paura o no, devo raccontare quello che vedo, questa è la mia professione”.

Che idea si è fatto del caso Wikileaks-JulianAssange?
Non mi stupisco per le rivelazioni di Wikileaks, anzi, ritengo che servirebbe molta più trasparenza. Se uno pensa solo all’interesse che c’è intorno al gas in Russia, viene la pelle d’oca. L’Eni, importatrice e produttrice, compra il gas, ma a quale prezzo? Sono tante le domande da farsi. In fondo, Wikileaks ha parlato del Presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai, ma non di fatti determinanti. Bisognerebbe rivelare altro, raccontare dei reali interessi per i quali siamo in Afghanistan e di quelli che io chiamo ‘aerei di offesa’ e non di difesa. Si tratta di aerei da combattimento carichi di munizioni. Sono aerei che uccidono, ti uccidono i figli, i fratelli, i genitori, le mogli. Fanno vittime soprattutto tra i civili. Non definiamole “missioni di pace”. Non parliamo di difendere l’Afghanistan, non lo stiamo difendendo. Ho avuto la fortuna di essere a Kabul quando i talebani entravano e presidiavano la città nel 1996. Sono riuscito a filmarli, c’era una strana calma. Kabul era una città fantasma, quasi irreale. La guerra è anche una lunga attesa. Sono tornato più volte, nel 2001, dopo l’assassinio del generale Massud, e quando i talebani si sono ritirati, dopo che gli americani e gli inglesi sono entrati a Kabul.

Come reporter è tornato più volte in Cecenia durante la guerra. Cosa ne pensa dell’amicizia fra l’ex Presidente russo Vladimir Putin e il nostro Premier?
Non mi stupisce nemmeno questo. Perché ci sono cose che ignoriamo e che viaggiano sopra le nostre teste, ci tengono sotto scacco. Tutto sta cadendo nell’oblio, non si parla del mondo oscuro della Russia e del fatto che il governo sia gestito ancora dai servizi segreti. Il 67% dei deputati russi proviene dal Kgb. Ci sono troppi interessi in ballo.

Crede che ci sarà mai giustizia per Anna Politkovskaja e molti altri, fra giornalisti e operatori, uccisi mentre stavano svolgendo la loro professione?
Chissà… Comunque sono convinto che non si tratti di cercare giustizia, ma di avere più rispetto, più tutela per chi prende seriamente il proprio lavoro. Tutti quelli che raccontano la verità dovrebbero diventare ‘intoccabili’. Ci sono ancora giornalisti veri, non quelli da scrivania. In Russia non è facile fare questo mestiere, perché se non è Putin, sono gli oligarchi che decidono, omettono, mistificano la verità. Lo avevo denunciato anche nella mia inchiesta sul gas. Il mio prossimo progetto sarà un’inchiesta sui giornalisti russi uccisi. Un lavoro difficile, perché dovrò entrare nelle maglie dell’ex Kgb, dell’attuale FSB, più in generale dei servizi segreti e del Cremlino.

Quando torna dai suoi viaggi come fa a reinserirsi nella nostra ‘civilissima’ realtà?
Infatti, sento sempre il bisogno di disinfettare la mia ‘ferita’. Mi è accaduto soprattutto dopo aver assistito alla pena di morte di un condannato attraverso un’iniezione letale. Mi rifugio in un eremo che mi sono costruito dopo che tornai dal Tibet e che ero scampato al dirottamento dell’aereo sul quale viaggiavo. Due volte all’anno lascio una parte di questo eremo a dei frati francescani che anni fa mi chiesero se potevo ospitarli.

Ha mai provato rancore nei confronti di chi ha avuto più fortuna di lei?
No, non faccio nulla per successo personale. In questo senso mi rappresenta bene la frase della Gabanelli che di me disse: “giornalista non per interesse giornalistico, ma per documentare le tragedie umane a se stesso”. Questo libro è nato dalla volontà del direttore editoriale di Chiarelettere che mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza e, giunti alla mia età, ne sono contento. Gli uomini non dovrebbero nascere per le gratificazioni, ma semplicemente per vivere.

Con il suo ‘misticismo’, il giornalismo come vocazione e la sua lunga barba canuta mi ha ricordato un autorevole giornalista: Tiziano Terzani.
Ma scherza? No, non posso accettarlo. Mi lusinga, ma non reggo al paragone. Lui era coltissimo, coniugava la ‘missione’ per il giornalismo con un’eleganza, una professionalità e una cultura fuori dal comune.

(27 gennaio 2011)

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Intervista a Enrico Brizzi. L’Italia e gli anni del Caimano.

pubblicata su Micromega www.micromega.net

L’Italia e gli anni del Caimano. Intervista a Enrico Brizzi

di Mariagloria Fontana

Pensando a Enrico Brizzi torna alla mente una frase di Pier Vittorio Tondelli: “La scrittura emotiva non è altro che il sound del linguaggio parlato. […] La scrittura emotiva è spigolosa, è forte, è densa, si tocca con il corpo, ci si fa all’amore, entra dentro, ti prende” [1]. Brizzi è pura scrittura emotiva sin da quando ventenne pubblicò “Jack Frusciante è uscito dal Gruppo”. Lo abbiamo incontrato a Roma per la presentazione del nuovo libro “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (Laterza, pag. 314, € 12). Ti guarda dritto negli occhi mentre parla, tra una sigaretta e l’altra. È posseduto da una passione che sfiora quasi la rabbia. Le sue parole evocano i suoi personaggi. Tagliente, non risparmia nessuno, nemmeno se stesso. Non è Jack Frusciante, come voleva Maurizio Costanzo, è un autore maturo, un marito e un padre. Dopo aver vissuto tante vite è ancora, inevitabilmente, in cammino.

Hai definito “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” il naturale prosieguo di “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”. È una cronistoria che si intreccia con l’elemento autobiografico?
È una storia che si muove su due binari: uno è quello della grande storia del paese, ma non evocata dal punto di vista dei libri di storia, quanto da quello dei ricordi personali. Io non ricordavo che giorno fosse quello in cui Craxi è stato preso a monetine davanti all’hotel di Roma, però ricordavo in quale bar mi trovassi e quale è stata la reazione della gente. Nel libro ci sono raccontati dei momenti di svolta del Paese visti dagli occhi di un telespettatore, di uno qualsiasi. Il secondo binario è quello della storia personale. Un individuo che ha avuto il mio stesso destino e che ha una famiglia e degli amici che nuotano nel mare di questa Italia. Quindi la dialettica è continuamente giocata tra quello che capita a ‘sto povero cristiano che prima guarda Goldrake, poi Bim Bum Bam, Drive in, di straforo perché i genitori non glielo permettono, e poi vede cambiare il costume del paese intorno a sé all’epoca di Non è la Rai. Giovane, si trova ad avere un motivo, nella fattispecie aver scritto un romanzo, ma poteva essere aver vinto un concorso di aeromodellismo, per cui la televisione, questo spazio immateriale tipo ventunesima regione italiana che non si sa dove stia, si interessa di lui.

Nel libro parli anche del clamore suscitato dal tuo esordio letterario. Hai dovuto fare i conti con il tuo passato?
È stato liberatorio raccontare che cosa ti succede quando a vent’anni credi d’averla già fatta grossa pubblicando un romanzo e invece ti trovi improvvisamente di fronte alcune delle facce più note del Paese e ti rendi conto che devi interpretare una parte per essere lì. La parte dello scrittore ventenne un po’ ribelle e un po’ di buonsenso. Ti viene costruito un personaggio dagli autori delle trasmissioni che ti invitano. Ti trovi a un bivio: vuoi scrivere o vuoi essere famoso? Le due cose si contrappongono. La scrittura ha bisogno di quiete, di tempi lunghi. Apparire, invece, significa essere sempre pronti a ricevere molte chiamate e rispondere ‘sì’. Per scrivere devi tenere il cellulare spento, per andare in tv lo devi avere sempre acceso e rispondere a qualunque stimolo ricevi da quella parte. Io ho deciso di vivere col cellulare spento.

A vent’anni si può restarne fuori?
L’unica difesa che puoi opporre è l’assenza.

Poi però, e lo racconti, ci sei tornato in televisione.
È molto diverso andare lì ed essere considerato un adulto invece che un cazzo di fenomeno da baraccone post-teenager. Dalla Bignardi e da Mannoni ci vado perché so che possiamo guardarci in faccia, magari non esser d’accordo su tutto, ma parliamo fra adulti. Piombare a 19 anni al Parioli significa esser, sì, riconosciuto per la strada e ricevere le letterine a casa, ma soprattutto renderti conto che sei arrivato lì facendo la cosa più personale che potevi, cioè scrivendo un libro, la tua storia essenzialmente, e invece sperimenti, vorrei dire in diretta, ma in realtà in differita alle tre del pomeriggio, la sensazione di essere ingabbiato.

Alcuni critici ritengono che con questa tua pubblicazione denigri un meccanismo del quale comunque hai fatto parte.
Credo che sia un argomento strumentale. Chiunque abbia pubblicato o fatto un disco o partecipato in qualche modo all’industria culturale italiana degli ultimi quindici anni ne ha fatto parte. La cosa che uno può fare onestamente è raccontare il proprio punto di vista.

Sono in molti a chiedere a Roberto Saviano di non scrivere più per la Mondadori. Tu non pubblichi più per loro. Come è andata?
Ho l’idea che sia meglio essere uno degli scrittori di punta di una casa editrice più piccola piuttosto che di una enorme. Il fatto di pubblicare per Mondadori mi ha procurato delle critiche, ma non ho smesso per questo. Ho smesso perché credo che ogni progetto narrativo stia bene in un certo tipo di ‘casa’, che deve essere dimensionata in maniera adatta e poi conta anche il rapporto personale che hai con i redattori della casa editrice. La gente che tuona da fuori non ha idea delle persone che puoi incontrare da Mondadori e si immagina Missisipi burning e invece c’è gente ostaggio della proprietà della Mondadori. Lo trovo un atteggiamento ‘fighetto’ quello di organizzare i boicottaggi contro delle realtà che rappresentano il posto di lavoro di tante persone. Un conto è dire: “se posso scegliere, decido di non andare lì”, un altro è dire che quel luogo è satana. Nessuno pensa di penalizzare gli operai della Fiat per gli sprechi della famiglia Agnelli. Ed è giusto essere solidali con i lavoratori. Sarei stato incoerente, invece, se il giorno in cui ho deciso di non rinnovare il contratto con la Mondadori avessi telefonato ai giornali dicendo: ‘guardate che figo che sono’. La mia scelta è dettata da ragioni tecniche editoriali di cui non credo di dover dare conto in piazza.

Qual è la ragione ‘tecnica’?
Molto spesso c’è l’idea che lo scrittore sia un militante, e ci può stare, ma non c’è mai l’idea che lo scrittore sia un professionista e questo è un atteggiamento del cazzo. L’anomalia vera è che la più grossa casa editrice italiana sia in mano a Berlusconi non che continui a pubblicare libri. La ragione tecnica è che voglio essere libero di scrivere quello che mi pare e vado dagli editori che mi danno retta. Non posso stare a guardare se mi pagano di più o di meno se in gioco c’è la possibilità di fare o meno quello che voglio. Secondo te la Mondadori mi avrebbe concesso di fare questo libro?

No.

Questo libro segna una tua presa di posizione politica ?
Sono cose che ho sempre pensato. Non c’era stato il tempo di sedersi e guardarsi indietro. Ma come spesso accade, la scelta è figlia di letture. Ho fatto molte ricerche sul fascismo per dei romanzi ai quali ho lavorato negli ultimi anni. Trovo misterioso che la gente urlasse di gioia quando Mussolini dichiarò ‘entriamo in guerra’, perché da lì sono iniziate tutte le tragedie che sono nel cuore dei racconti di famiglia di ognuno di noi. Nessuno racconta che si stesse bene.

Ci sono delle analogie?
Ho letto per la prima volta la storia del fascismo in Italia di Gaetano Salvemini e ho pensato che sarebbe servito scrivere qualcosa del genere per il berlusconismo. Lo volevo raccontare, idealmente, alle mie figlie, che sono piccole, ma che presto si chiederanno come sia stato possibile che lo stesso uomo che ti mandava in tv il pupazzo Uan e il Tenerone sia diventato l’uomo più potente del Paese a livello politico. Di queste cose devi dare conto raccontando l’oscillazione nel suo svolgersi. Non si accontenterebbero di conoscere una sequela di eventi. Se invece gli racconti che alla loro età scrivevi a Pertini, anche se non lo vedranno mai, forse avranno almeno un’idea di che cosa significhi avere stima di un capo dello Stato.

Ha un intento ‘didattico’?
Sì, come lo sono le storie intorno al fuoco e le cacce al tesoro.

In una recente intervista Carlo Freccero ha dichiarato che ancora oggi la programmazione televisiva è americacentrica. La tv di Berlusconi è nata da lì e se il Premier non avesse comprato Rete Quattro e Italia Uno, magari lo avrebbe fatto qualcun altro…
Da Dallas a Falcon Crest, era una tv mutuata dalla provincia americana opulenta. Ci sarebbero stati comunque gli anni ottanta, ma così li abbiamo avuti con una perfezione scientifica. Che le tre grandi reti private del paese fossero nelle mani della medesima persona ha reso il piano avvolgente rispetto alla possibilità che restassero di Rusconi, Rizzoli e Berlusconi. Si sarebbero fatte concorrenza, non avrebbero giocato di squadra. Infatti negli altri Paesi d’Europa l’apertura alla tv privata significava più pluralismo nell’informazione, non meno.

Perché gli italiani nonostante scandali e processi hanno amato e votato Berlusconi?
Per chi è cresciuto in una tradizione di sinistra è molto dura raccontarsi che tutto questo è accaduto solo grazie alla forza di Berlusconi e non anche alla debolezza della sinistra. La sinistra non è stata capace all’inizio degli anni novanta, quando poteva prender per mano il Paese, di proporre un sogno comune, di contrapporre al sogno di Berlusconi di diventare tutti ricchi e famosi, un sogno di buonsenso. Un sogno comune realizzabile, qualcosa che si potesse toccare con mano nel giro di poche stagioni. Qualcosa che risultasse utile, gradito, stimolante per tutti.

Nel tuo libro sostieni che Berlusconi e tutto ciò che riguarda la sua politica facciano parte del compimento del progetto della P2, il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli. Ce ne parli?
Mi sembra innegabile che nell’Italia di oggi vi si legga il piano di rinascita democratica così com’era stato concepito nel silenzio ovattato delle stanze dei confratelli. Ci sono delle somiglianze agghiaccianti. Dopodiché, non sono né un politologo né un detective. Ma se uno pensa ai punti di quel ‘programma’: depotenziare la tv pubblica a favore della tv privata e ridurre la pletora dei partiti a due grandi partiti, quello che non posso fare a meno di notare è che, se era una profezia, si è avverata.

[1] Pier Vittorio Tondelli “L’Abbandono”, pp.8-9, ed. Bompiani, Milano, 1998.

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Intervista a Riccardo Iacona. La svolta autoritaria in ‘Presadiretta’.

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La svolta autoritaria in “Presadiretta”. Intervista a Riccardo Iacona

Intervista a Riccardo Iacona di Mariagloria Fontana

Occhi piccoli ma vividi, maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, un modo di fare deciso e al contempo cortese, così appare Riccardo Iacona, classe 1957, al pubblico intervenuto presso la libreria della Galleria Colonna di Roma per la presentazione del suo libro “L’Italia in Presa Diretta” (Leggi un estratto). Iacona, autore e conduttore di “Presadiretta” su Rai Tre, è uno di quei rari giornalisti che amano ‘sporcarsi le mani’ andando fino in fondo alle storie. Dotato di un’acribia che lo ha portato a documentare meticolosamente cosa accade in Italia e a scrivere il suo libro di esordio in una perfetta sintesi di idealismo, coraggio e determinazione.

Commentando il suo libro ha detto: “Adesso ho le prove che l’Italia di Berlusconi è un paese meno libero. L’ho visto con i miei occhi”. Cosa ha visto?
Dico che l’ho visto con i miei occhi, perché ho attraversato il nostro Paese con i miei occhi, perché ho avuto il privilegio di attraversarlo per tre anni e abbiamo prodotto 44 ore di programmi in prima serata. Vedo quello che trasmettono i telegiornali, quello che fanno gli altri, e mi rendo conto che c’è una differenza enorme fra quello che si racconta e quello che si potrebbe raccontare. Addirittura, quando si descrivono le cose che io reputo sia giusto raccontare, ad esempio la crisi economica, i respingimenti o le grandi questioni nazionali, le si svuota di significato e di senso. Quasi a non voler riconsegnare al pubblico delle chiavi di interpretazione con le quali può autonomamente giudicare l’azione del Governo. Anzi, al contrario, lo si racconta con tanta, troppa attenzione e deferenza nei confronti del linguaggio, dei codici e dell’agenda stabilita dai partiti. Queste cose le ho ‘misurate’ maniacalmente, in questo senso scrivo che ho le ‘prove’. È una dinamica che fa venire le vertigini, perché mette in crisi il meccanismo democratico nel suo momento più importante che è quello della formazione di un’opinione pubblica indipendente, autonoma, avveduta, ricca di punti di vista e che ha visto il mondo. È necessario alimentare, invece, un’opinione pubblica che non deve semplicemente pendere dalle labbra del politico di turno che sta facendo un dibattito in televisione per decidere se sta vincendo o l’uno o l’altro, come se fosse la discussione fra due tifosi della Roma e della Lazio al bar dopo al partita.

Il sottotitolo del libro è: “Viaggio nel paese abbandonato dalla politica”. Quali sono i motivi per i quali la politica ha abbandonato l’Italia?
In Italia si parla sempre di politica, ma la politica non fa il suo mestiere. Fare politica non significa occupare posti di potere, fare leggi ad personam, lucrare con posizioni di rendita, infiltrarsi nell’economia. Questo non è fare politica. Questa è una classe dirigente che si sta autoriproducendo e sta lucrando una posizione di potere. Invece dovrebbe occuparsi di tracciare l’Italia del futuro. Ciò significa affrontare le questioni fondamentali: informazione, integrazione, uso dell’ambiente e sviluppo economico e poi dovrebbe costruire un patto con gli italiani e dire: noi vogliamo andare da quella parte lì. Purtroppo, la politica attuale parla soltanto delle questioni a breve termine per potersi vendere meglio il prodotto elettorale per la prossima campagna elettorale. È una politica che fa solo propaganda e alimenta paura e insicurezza.

Rispetto a quanto ha appena asserito, la prima repubblica cosa faceva in più o in meno?
La prima repubblica era un altro mondo. I partiti, seppure mediando, avevano un rapporto con l’opinione pubblica. Ad esempio il partito comunista parlava al suo popolo. C’erano dei meccanismi attraverso i quali era possibile costruirsi un’opinione e partecipare al dibattito politico. Non voglio dire che la Rai a quel tempo fosse il posto in cui si rappresentavano tutti i punti di vista. Era un luogo terribile anche allora, ma c’erano altri posti dove si potevano costruire rapporti sociali importanti, ad esempio il sindacato, la politica di base, le sezioni dei partiti. Tutto questo è morto con la prima repubblica, la Rai ha accompagnato la morte di questo orribile modello di repubblica che ha dato vita a tangentopoli e che era compromesso con la grande criminalità organizzata. Però c’è stato un momento, alla fine della prima repubblica, in cui nel paese l’ossigeno ha girato. Invece di andare avanti, c’è stata una controriforma, una controrivoluzione per usare un termine banale. Oggi stiamo facendo dei passi indietro. Stanno costruendo una non democrazia, una democrazia minore, una democrazia semplice, usando un marketing moderno: modificano i partiti, occupano i posti dell’informazione, trasformano gli elettori in consumatori. Non voglio assolutamente dire che la prima repubblica fosse migliore di quello che sta accadendo oggi, ma l’esito di quel periodo non era scontato. Abbiamo perso un’occasione. La mia preoccupazione è che ci possa essere un esito peggiore di quello attuale. Infatti, nel libro parlo di ‘svolta autoritaria’. Uso un termine così forte perché sento il pericolo, avverto l’allarme e cerco di dimostrarlo.

Il reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre, le continue pressioni di Rai Due a Santoro con il suo ‘Anno Zero’. In questo periodo, come si lavora in Rai e in particolare a Rai Tre?
Come si può lavorare in una rete dove il direttore fa il suo mestiere con l’elmetto in testa? Paolo Ruffini è stato reintegrato grazie a due sentenze della magistratura, quindi disconosciuto dalla direzione generale, dopo che era stato rimosso a seguito di numerosi, espliciti, attacchi di Berlusconi alla terza rete e dopo che il suo nome era anche uscito nelle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta di Trani. Un direttore deve avere l’indipendenza e l’autonomia necessarie per svolgere il suo lavoro al meglio. Stiamo assistendo ad un processo di centralizzazione burocratica, di stile un po’ sovietico. Siamo addirittura arrivati al ‘timbro’ sulla scaletta, cosa dobbiamo aspettare di più? Non c’è molto altro da dire, questa è la condizione. Andiamo avanti per tigna, perché non vogliamo mollare il rapporto col pubblico, perché questo mestiere ci piace e in qualche modo facendolo alimentiamo ancora il servizio pubblico, perché sentiamo la responsabilità nei confronti del Paese, ma ci si sta avvicinando ad un punto di non ritorno. In questo senso spero in una liberazione, mi auguro che si liberi il mercato, che si liberi la governance della Rai, che vengano spezzati i meccanismi di dipendenza dai partiti, la vicinanza fra la Rai e i partiti. Non parlo della politica, ma dei partiti; è un’altra cosa.

In questi giorni il Financial Times ha definito “Berlusconi moment” l’operazione con cui il magnate austrialiano Rupert Murdoch potrebbe mettere a segno la fusione fra NewsCorp e bSkyb. Si parla di pericolo per il pluralismo dell’informazione britannica. Che differenza c’è fra Murdoch e Berlusconi?
La differenza è che loro si allarmano. Se valuteranno che c’è un problema di ‘monopolio’, mi auguro che mettano in essere le leggi che servono a tenere il mercato pulito e ad evitare posizioni di privilegio e di rendita. Dopodiché li benedico e penso a noi. In Italia viviamo nel duopolio Mediaset-Rai da quando è nata Mediaset. Aggravato dal fatto che Berlusconi, a più riprese, è diventato Presidente del Consiglio e non è stata fatta nessuna legge contro il conflitto di interessi. Il tutto peggiorato dalla riforma della Rai che ha voluto Gasparri, cioè quella che decide come si fa la governance della Rai, è terribile e ci ha riportato indietro di trent’anni. Oggi il direttore della Rai non lo decide neanche il partito, ma l’uomo di un partito. Ecco, molti pensano che Berlusconi, il berlusconismo o quello che è diventata l’Italia politica, rappresenti un ritorno al passato. Io invece credo che sia una proiezione del futuro. Mi spiego. In un certo senso Berlusconi è moderno e può essere molto imitato in Europa, già si vede in tanti aspetti della politica di Sarkozy. Il fatto che lui ce l’abbia fatta fino ad ora, è una vittoria. L’idea di un paese in cui la democrazia non sia brillante, in cui esiste un governo del fare che non deve rendere conto del ‘come’, è una grossa tentazione per le classi politiche autoritarie dell’intera Europa.

L’opposizione in Italia in tutti questi anni cos’ha fatto?
Beh, aspettiamo. No?

Dall’inizio di quest’anno in Afghanistan il numero dei caduti occidentali è salito a 529. Non solo, l’autorevole economista e consulente di Ban Ki Moon Jeffrey Sachs ha dichiarato che l’amministrazione Obama dal gennaio del 2010 ha speso 100 miliardi per la guerra in Afghanistan e solo 10 miliardi per gli aiuti all’Africa. A due anni dal suo reportage “La Guerra Infinita”, in cui raccontava del Kosovo e dell’Afghanistan, cosa è cambiato?
Le cose che avevamo fatto vedere sono ancora così. Purtroppo, la situazione si è aggravata sia sul piano militare che su quello politico. Se almeno sul piano politico si fossero fatti dei passi avanti, cinicamente uno potrebbe misurare e dire ‘quei morti sono serviti almeno a questo’. La verità è che la guerra è persa. Lo sa il Presidente Obama, lo sa la Nato, lo sanno tutti. Adesso devono trovare il modo di uscirne, così come è successo in Iraq. In verità, il problema grosso non è più l’Afghanistan, ma il Pakistan. La ‘Talebanizzazione’ è arrivata sino ad Islamabad, che è una potenza nucleare in conflitto con l’India e con l’Iran. Mi piacerebbe che Obama aprisse un negoziato politico internazionale con i paesi dell’area, perché siamo sull’orlo di un conflitto ancora più vasto. Se poi pensiamo che esistono anche le tensioni fra Iran e America, il quadro che ci hanno lasciato i due interventi militari in Iraq e Afghanistan è più pesante di quando entrarono con le armi. Spero che in Italia questo dibattito venga affrontato seriamente. Se non c’è una strategia politica, ogni fucile in più serve solo ad aggravare la situazione.

(25 settembre 2010)

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Intervista all’attore Roberto Herlitzka-Non un giorno senza recitare.

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Non un giorno senza recitare. Conversazione con Roberto Herlitzka

In occasione dell’anteprima al Festival del Teatro Medioevale e Rinascimentale di Anagni dello spettacolo “Don Chisciotte” scritto da Ruggero Cappuccio, ispirato all’omonimo romanzo di Miguel De Cervantes e diretto da Nadia Baldi, abbiamo incontrato il più grande attore di prosa vivente d’Italia: Roberto Herlitzka.

di Mariagloria Fontana

Il suo Don Chisciotte è un personaggio visionario e persino alienato che vive in una dimensione tutta sua. Anche l’attore è un visionario e, talvolta, trova persino difficoltà ad integrarsi nella società?
Sì, credo che l’attore lo si possa definire un visionario. Pensa di essere qualcun altro, come Don Chisciotte, o almeno come questo personaggio che interpreto e che non è il vero Don Chisciotte, ma un uomo, un letterato probabilmente, che è convinto di essere il protagonista del romanzo di Miguel De Cervantes.
In fondo anche gli attori fanno la stessa cosa. L’attore può essere un po’ distaccato dalla sua vita normale, ma non dovrebbe essere del tutto ignaro di quello che succede, perché anche il teatro ha una sua funzione di sincerità nei confronti di quello che si vive, molto dipende dall’autore che si interpreta. Io sono un attore che non pensa di dover dare dei messaggi di tipo politico, sociale o civile se non attraverso i testi che porto sulla scena e che sono tutti molto diversi tra di loro.

Nella nostra memoria collettiva ci sono tanti grandi attori dimenticati come Salvo Randone, Renzo Ricci, ‘Memo’ Benassi e altri, seppur meno, mai troppo celebrati e menzionati come, ad esempio, Carmelo Bene. Forse tra i grandi del teatro scomparsi, solo Vittorio Gassman ha avuto più fortuna, perché fu reso popolare dal cinema. L’Italia è un Paese che dimentica?

L’Italia è sicuramente un paese che dimentica. Tant’è vero che di questi nomi che lei ha detto, i giovani non conoscono nulla. Non mi riferisco certo a Gassman. Però ci sono moltissimi ragazzi, anche allievi attori, che non sanno chi fossero Salvo Randone, Renzo Ricci e Memo Benassi. La colpa non è di chi dimentica, ma di quelli che dovrebbero far in modo che si ricordasse, che dovrebbero onorare e insegnare, soprattutto a chi vuole fare teatro, chi erano questi signori. Poi è abbastanza fatale che si dimentichi, perché il teatro è un’arte che finisce ogni volta. L’attore non lascia tracce se non nella memoria di chi l’ha visto. Oggi ci sono innumerevoli mezzi tecnici, ma il teatro non lo si può fissare. Uno spettacolo ripreso cinematograficamente perde completamente il suo valore, perché il teatro è qualcosa che sparisce. Perciò non dobbiamo stupirci se si perdono i nomi. Quello che è grave è l’atteggiamento del nostro paese non solo nei confronti del teatro, ma di tutta la cultura in generale.

Vuol dire che la cultura non ha il posto che le compete in Italia?
Sì, la cultura viene considerata qualcosa di addirittura nocivo se non inutile. È uno dei più gravi malanni che possano capitare ad un paese, perché se si perde la cultura, si perde tutto. È il modo di affrontare le cose che deve essere culturalmente consapevole. È la cultura che ci indirizza in questo. Non mi sto lamentando della mancanza di soldi, che pure esiste e spesso blocca le produzioni, ma del modo di non darli. Il modo di non onorare, non dico le persone, ma la cultura in genere.

A proposito di cultura, un altro elemento che la contraddistingue e la lega agli artisti precedentemente citati è proprio la sua formazione e ricerca culturale. Non tutti sanno, ad esempio, che lei ha tradotto il “De Rerum Natura” di Lucrezio, tanto per dirne una. Lei ha un rapporto privilegiato con la parola. Che legame esiste tra il teatro di parola, che lei interpreta, la parola in sé, la voce e la phonè nel senso greco originario?
Come fa lei a sapere del “De Rerum Natura”? (sorride)… Tornando alla sua domanda. Io credo che il teatro sia di parola. È vero che si può fare teatro molto bene anche senza dire delle parole. Però le parole non dette sono delle parole anch’esse. I nostri silenzi sono pieni di parole interiori. Quello che non mi interessa, è il teatro semplicemente narrativo. Quel teatro in cui si racconta una storia giusto per il piacere di raccontarla. Certo, lo si può mettere in scena, ma come attore non mi riguarda. Perché per me la la materia prima del teatro è, per l’appunto, la parola. Infatti, non esiste un autore classico, anche odierno, che non scriva usando le parole in modo necessario. Un autore che in teatro racconta semplicemente una storia lo può fare anche al cinema o con un altro mezzo espressivo, ma il teatro può soltanto esprimersi attraverso le parole che sono cercate, trovate, che devono essere delle vere e proprie invenzioni. Questo non vuol dire che debba essere un linguaggio aulico, barocco o altro, può essere anche un linguaggio da coatto, purché il linguaggio sia lo specifico teatrale. Un po’ come un pittore usa i colori. Non può fare un quadro senza colori o, almeno, può farlo, ha deciso di non usarli, ma i colori continuano ad essere fondamentali anche se non ci sono. Io sono nato così e faccio questo tipo di teatro perché mi diverto.

Nel suo percorso di vita, sembra quasi che l’arte sia stata più forte di tutto il resto, come se l’abbia attratta a sé senza possibilità di opporsi. Parafrasando Sartre che scriveva: non un giorno senza una riga, potremmo dire: non un giorno senza una battuta da recitare. Il teatro è stata una sorta di predestinazione?
Se devo essere sincero, e si può essere sinceri in questi casi, da bambino volevo fare l’attore per piacere agli altri. Desideravo diventare un divo del cinema. Questa specie di narcisismo, di esibizionismo ce l’ho ancora. Credo che ce l’abbiano tutti quelli che fanno questo mestiere, anche se non lo dicono. Altrimenti sarebbe difficile farlo solo ed esclusivamente per amore della parola. Poi è chiaro che uno si esibisce attraverso questo mezzo.

Con il cinema che rapporto ha?
Sono felicissimo se mi fanno fare del cinema. Non è che io voglia recitare solo in teatro. Certo, non rinuncerei mai a quest’ultimo, perché ci sono nato. Però tutto quello che significa ‘farsi vedere’ è importante per un attore, perché è un modo di comunicare con gli altri. Non è solo vanità, è il mio modo di avere dei rapporti con gli altri che magari nella vita sono più difficili. Per me stare di fronte ad un pubblico è un modo per parlarci.

È un po’ come respirare per lei…
Beh, tutto sommato, sì. Non potrei vivere senza. Dovrei trovare un altro modo di comunicare.

E perché dovrebbe trovarne un altro? Lo fa bene, mi pare…
Beh, speriamo che siano tutti d’accordo con lei, perché non è che per lavorare con me si facciano grandi sforzi. Ad esempio, con me non si fa una tournée, con me non si fa uno spettacolo. Avendo me come ‘richiamo’ non si può mettere in scena uno spettacolo, non ti danno i soldi per farlo. Io non ho nessun peso da un punto di vista commerciale. Un film, se ci sono io nel cast, non è per questo che viene distribuito. Perciò o mi mettono accanto qualcuno che ha un nome più popolare del mio oppure nulla.

Nomi come il suo non vengono considerati?
No, non dico questo. Vengono ignorati. Perché non è che non mi si riconosca la qualità di attore. Ma un punto nodale è che alla massa non gliene frega nulla. Forse perché faccio delle cose che a loro non interessano. Sicuramente ciò è dovuto anche al fatto che sono male educati dalla televisione, che ha degradato i gusti della gente. Se io faccio uno spettacolo, mi vengono a vedere in pochi e questo numero esiguo di persone non basta affinché i produttori finanzino spettacoli e film. I produttori vogliono sicurezze e io non ne do da questo punto di vista. Perciò faccio film a basso costo che poi non vengono distribuiti.

Pensando a quanto dice, non sono riuscita a vedere “Aria” per la regia di Valerio D’Annunzio.
Sì, è stato tre giorni nelle sale cinematografiche, poi l’hanno tolto. Non credo che lo vedrà mai.

C’è una donna con cui vorrebbe lavorare?
Lavoro spesso con donne. La regista di questo spettacolo è una donna. Come attrice adoro Piera degli Esposti, con cui ho già recitato, la sento estremamente congeniale. Ce ne sono moltissime di brave. Anzi, ci sono più donne che mi piacciono che uomini. Le donne hanno una loro predisposizione naturale a quel certo tipo di sensibilità che in teatro e al cinema serve molto. Poi non c’è rivalità con una donna.

Se potesse invece scegliere un autore che non ha ancora interpretato?
Goldoni. Ah, no, l’ho interpretato. Ho fatto “La Locandiera”. Forse non c’è nessuno, tra quelli che mi interessano, che non abbia interpretato.

Quello che ha amato maggiormente?
Shakespeare, in qualità di attore l’ho amato moltissimo assieme a Thomas Bernard, che sento molto affine e infatti appena posso cerco di metterlo in scena. Però come lettore credo che Anton Cechov sia il massimo. Gli autori che ho fatto mi piacciono tutti, ognuno ha la sua personalità e ciascuno richiede una recitazione ogni volta diversa. Il bello della recitazione è cambiare stile a seconda dell’autore, recitare sempre allo stesso modo può essere utile perché la gente ti riconosce. Ma cambiare è essenziale per un attore. Per questo amo fare sia il teatro che il cinema, perché sono due modi di recitare diversi.

Tornando al cinema. Come non menzionare il suo Aldo Moro in ‘Buongiorno Notte’ di Marco Bellocchio. Che rapporto ha instaurato con il grande regista?
Un rapporto magnifico. Bellocchio è un grande artista, di grande sensibilità. La sua presenza è ispiratrice.

Anche in quel film lei si cala in una dimensione visionaria e poetica.
Esatto. Infatti, Bellocchio, a chi gli rimproverava di esser stato incongruente, giustamente rispondeva che non aveva voluto fare né storia né politica, ma aveva voluto dare una sua visione di un fatto. Ed è questo che fanno gli artisti. Mi sono trovato benissimo e presumo anche lui.

(20 settembre 2010)

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Intervista all’On.Franco Grillini- “Parlamento servo del Vaticano”

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Legge anti-omofobia e Pacs, intervista a Franco Grillini: “Parlamento servo del Vaticano”

Mercoledì 27 ottobre l’Italia dei Valori ha presentato alla Camera un disegno di legge per contrastare il problema dell’omofobia. Ne parliamo con Franco Grillini, responsabile diritti civili dell’Idv.

Intervista a Franco Grillini di Mariagloria Fontana

Da settembre scorso, la Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati ha ricominciato la discussione relativa ad una legge che contrasti l’omofobia. La legge proposta dall’on. Soro del Pd fu bocciata alla Camera lo scorso anno, cosa potrebbe cambiare ora?
In realtà c’è una polemica interna, perché attualmente ne esistono ben due di proposte di legge. Una presentata dall’Idv e l’altra dal Pd. L’onorevole Di Pietro ha fatto arrabbiare l’on. Concia, della quale ho la massima stima, che propone la legge che porta la firma dell’on. Soro e che non qualifica il reato di omofobia come tale, non le dà un’autonomia di reato, la fa divenire solo un’ aggravante generica; l’omofobia viene presa in considerazione come una circostanza che aggrava una fattispecie diversa già penalmente punibile. Non prevede i reati di vilipendio, ingiuria e diffamazione. Inoltre, non è firmata da tutto il gruppo del Pd, né dal capogruppo. Noi come Italia dei valori ci mettiamo la faccia, come si suol dire, e la firma dell’on. Di Pietro. Quindi ci troviamo davanti, da un lato, un impegno dei massimi vertici del partito dell’Italia dei valori, dall’altro lato, Il Pd, un partito diviso. Probabilmente una parte del Pd teme anche il Vaticano, perché questa legge dà fastidio al Vaticano più di una legge sulle unioni civili.

Al Vaticano darebbe fastidio la legge contro l’omofobia così come la proponete voi dell’Idv?
Sì. Il Vaticano ha paura che si comincino a trascinare dai giudici i preti, il clero, per ingiuria per le parole dette nelle omelie dal pulpito durante la messa. Il Vaticano, infatti, cita l’articolo 21 della Costituzione dicendo che si tratta di libertà di espressione e manifestazione del pensiero e che una legge del genere minaccerebbe la libertà. Noi, invece, la chiamiamo ‘libertà di ingiuria, di insulto’. La nostra legge contro l’omofobia, presentata da Di Pietro alla Camera mercoledì scorso, è un’estensione della Legge Mancino e riconosce che l’omofobia è razzismo, incluso il vilipendio, la diffamazione e l’ingiuria.

La legge sull’omofobia proposta dall’on. Soro e da una parte del Pd è la medesima che venne respinta lo scorso anno. Perché si ripropone un progetto di legge già fallito?
Infatti, siamo di fronte ad un’insensatezza tecnica. È un tipo di strategia politica ‘minimale’ e perdente in partenza. È giusto che sia fallita perché non avrebbe in alcun modo inciso sul tessuto sociale, cancellava l’aggravante, escludeva i delitti d’onore e non si poteva ricorrere ai reati di ingiuria e diffamazione. Da parte del Pd c’è un atteggiamento masochista; fu bocciata in aula in maniera disastrosa. C’è la volontà del Pd di intrugliare con la Destra, ma ci hanno già provato e non è andata a buon fine. La Destra italiana non è certo una destra europea, è legata al Vaticano e non approverà mai dei provvedimenti laici. Inoltre i due terzi del Parlamento sono contro. Dal 1992 in Italia in Parlamento non si ha più una vera maggioranza, tantomeno una maggioranza laica. C’è il rischio che si voglia annacquare tutto con un compromesso e un provvedimento che è solo ‘generico’. In più, la Lega non darebbe mai il consenso.

Quindi il Pdl la voterebbe senza la Lega?
Io credo proprio di no. Noi proponiamo una legge sull’omofobia che parla di razzismo, poi se la bocceranno vedremo da che parte stanno i razzisti.

Sulle unioni civili si provò con i Pacs, i Dico e poi non se ne fece nulla. Che riflessioni fa a tal proposito?
Il diritto di famiglia è invecchiato e andrebbe rinnovato. Trent’anni fa fu riformato, giustamente, a favore delle donne, ma ora è diventato obsoleto rispetto alle unioni civili. Le procedure sono lunghe, penso ad esempio alle separazioni, ai divorzi, in Europa non è così. Nell’art. 29 della Costituzione non si dà una definizione di ‘famiglia’ e bisogna pensare che fu scritto in difesa della famiglia che in quegli anni subiva lo strapotere dello Stato. Io credo fortemente nella necessità di realizzare nuovi istituti per il riconoscimento delle unioni civili. In Francia i Pacs hanno superato i matrimoni con un numero che tocca i 150mila all’anno. Una società liberale dovrebbe prevedere diversi tipi di istituti giuridici per le unioni. In Italia prevale, invece, solo l’idea del matrimonio eterosessuale religioso e sembra che non ci possa essere un’altra opzione. Il matrimonio è un’ istituzione troppo pervasiva, i giovani eterosessuali hanno paura di sposarsi. Il punto è che l’ideologia del matrimonio, come la intende la chiesa, non corrisponde all’evoluzione del sistema produttivo odierno. Il lavoro è precario, la vita è precaria. Si dovrebbe pensare anche a degli istituti giuridici che tutelino le coppie non conviventi, ad esempio. Ci dovrebbe essere un pluralismo di istituti giuridici e un alleggerimento dell’istituto del matrimonio. Nei prossimi giorni, presenterò come Consigliere regionale dell’Idv una proposta sui Pacs in Emilia Romagna. Il Parlamento, compresa una parte del centrosinistra, è servo del Vaticano e osteggia una svolta laica in questo paese. Però dovrebbero chiedersi perché nella cattolicissima Italia si ha il più basso numero di nascite. La gente è cattolica solo a parole, dopodiché non vuole sentirsi ‘costretta’ da una Chiesa che è pervasiva e che non mostra coerenza tra quello che predica e quello che fa.

Lei è Presidente onorario dell’Arcigay, oltre ad esserne stato per anni il Presidente effettivo. Ci fa chiarezza rispetto a due termini di cui negli ultimi tempi si abusa e dei quali anche la stampa molto spesso confonde il significato: outing e coming out.
L’outing è una pratica politica volta a svelare l’omosessualità di politici omofobi, vale anche per i politici ipocriti che hanno una doppia vita per così dire. Quando cioè un politico fa del radicalismo religioso, del clericalismo, del perbenismo di facciata il suo credo politico e allora è giusto che debba pagarne lo scotto.

In Italia è illegale?
Non è proprio così, ci sono stati dei casi in Cassazione. Diciamo che è una strategia più usata dagli inglesi e dagli americani. In Italia non è praticata solo perché non si trovano mai prove sufficienti e di conseguenza chi testimoni. Invece, ‘coming out’ vuol dire letteralmente: ‘venir fuori’. Si dice anche ‘outing closing’, ‘uscire dall’armadio’. Sarebbe bene che tutti facessero coming out, perché un omosessuale non dichiarato vive in clandestinità, finge di essere altro, ciò che non si è. Lo psichiatra Vittorio Lingiardi chiama i danni causati da questo: ‘minority stress’, quello cui viene sottoposto l’omosessuale, cioè una sofferenza diffusa, che porta anche alla somatizzazione. Tra i giovani ci sono conseguenze irreversibili come il suicidio. Alla base di tutto questo c’è l’omofobia presente nella nostra società che genera la paura di dichiararsi.

Appoggia la tesi secondo la quale alla base dell’omofobia c’è un’omosessualità latente?
È una delle componenti, almeno dell’omofobia più radicata. Ma ci sono vari tipi di omofobia. Elena Giannini Bellotti nel suo libro ‘Dalla parte delle Bambine’ dice che sin da piccoli siamo abituati alla netta separazione dei ruoli: maschio e femmina. Questa separazione genera il maschilismo che è sempre sotteso nella società e che è all’origine di quella stessa cultura di cui sono vittime gli omosessuali. Non vedo differenza fra le donne uccise dai loro ex fidanzati, le donne musulmane uccise dai propri padri perché rifiutavano un matrimonio combinato e la violenza nei confronti degli omosessuali. L’omofobia è generata dal maschilismo. Occorrerebbe una campagna contro maschilismo, omofobia e misoginia. È un problema di tipo culturale. Esistono vari tipi di omofobia. C‘è l’omofobia politica, che usa ad esempio il sottosegretario Giovanardi, è un’omofobia ‘negazionista’. Esiste un’omofobia di tipo religioso. In quest’ultimo caso sono tre religioni monoteiste che dettano legge: il cattolicesimo romano, l’ebraismo rabbinico e l’islamismo, addirittura quest’ultimo prevede la pena di morte per i gay. Ecco, diciamo che la religione fa della propria campagna antiomosessuale una bandiera, ed è la principale fonte di omofobia. Infatti, se non ci fosse la religione concepita in tal modo, una buona percentuale di omofobia non esisterebbe.

Lei ritiene che un coming out fatto da un personaggio pubblico del quale, negli ambienti che frequenta, l’identità sessuale è già nota sia ‘utile’ all’opinione pubblica?
Che si sappia negli ambienti degli ‘addetti ai lavori’ non ha importanza. Io sono sempre a favore del coming out ‘pubblico’, perché spesso la popolarità e la fortuna di un attore, un cantante, un personaggio pubblico in generale, si associano e si hanno grazie alla riproduzione di un modello che è sempre eterosessuale ed è parte integrante del mercato. Pensiamo a uomini di spettacolo come Ricky Martin o ad un attore del passato come Rock Hudson, che aveva una moglie di copertura ed era considerato un vero sex symbol maschile. Se tutti facessero coming out e se si istituisse una giornata internazionale del coming out, molti pregiudizi cesserebbero di esistere. Tuttavia, oggi siamo arrivati ad un’evoluzione della questione omosessuale che era impensabile solo trent’anni fa. Grazie al cambio generazionale andrà via via migliorando. In politica sui diritti civili c’è ancora molto da fare. Ma con il coming out ognuno ha la possibilità di fare la sua piccola rivoluzione. Il coming out è una vera religione civile. Se tre milioni di persone rivelassero di essere omosessuali, ci sarebbe un cambio radicale e si abbatterebbero tanti pregiudizi come quello che vuole che il maschio gay sia una donna mancata e che, viceversa, la lesbica sia un uomo mancato. Ci sarebbe un cambio radicale nella prospettiva di questo paese. La violenza è generata dall’omofobia. Invece, è difficile nell’ambito di una dinamica di coppia omosessuale rintracciare degli elementi di violenza. Ma ci sono tante sfaccettature delle coppie gay che la maggioranza della gente ignora. Se pensiamo al lavoro domestico nell’ambito del ‘menage’ di una coppia omosessuale, come emerge da uno studio-indagine degli ultimi anni, è ben ripartito. Le coppie omosessuali avrebbero molto da insegnare alle coppie eterosessuali in fatto di parità di diritti.

(29 ottobre 2010)

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