Intervista a Pupi Avati- ( pubblicata dal settimanale ‘Il Futurista’ sul numero uscito ven.17 dic.2011)


Il Cuore Grande di Pupi Avati
di Mariagloria Fontana

Pupi Avati si concede per un’ora e mezza al telefono parlando con una giornalista sconosciuta alla quale racconta se stesso. Si dà tutto, senza remore, né filtri, è generoso. Ha un animo profondo, che ti emoziona e ti pare quasi di scorgere nonostante lui sia di là dall’altra parte della cornetta. Il regista è più intenso di un qualunque suo film e so già che non sarà felice di questa affermazione, ma tant’è. “Oggi, ci siamo un po’ conosciuti io e lei, vero?”. Vero, perché si è messo a nudo sulla famiglia, sui valori e la tradizione, sul cinema e sugli affetti, sulle debolezze umane e sulla morte.

Nel suo ultimo film ‘Il Cuore grande delle Ragazze’, racconta la storia d’amore dei suoi nonni. Come vede il matrimonio Pupi Avati?
Io sono sposato da ben 47 anni, ma non è che sia sempre stato un idillio. Il concetto di fedeltà è alla base del rapporto e non è un luogo comune. Nel tempo il matrimonio cambia, si configura e si rafforza. La fedeltà non è un elemento trascurabile. Può parlare di matrimonio solo chi ne conosce davvero il significato, perché lo vive ogni giorno, nel corso degli anni e nella qualità del rapporto. Io mi sento legittimato a parlarne. Molti ne parlano senza averne alcuna cognizione, senza avere presente le promesse matrimoniali, né rispettando quelle stesse.

Lei non concede nulla alle debolezze?
Certo, la debolezza è umana, ma agli ipocriti non concedo niente.

Il suo matrimonio com’è?
È un rapporto solido, ma abbiamo vissuto momenti bui, perché è transitato nella difficoltà. È stato segnato dal tradimento, dall’adulterio, e mi sono separato per un periodo. Per alcuni mesi sono stato anche allontanato da casa. Poi fortunatamente sono stato riaccolto, ma è stata dura per entrambi.

E com’è tornato a casa’?
Sentendo la voglia di tornare dalla mia famiglia, da mia moglie e dai miei figli, ne ho tre. Io e mia moglie abbiamo avvertito il peso, la responsabilità di questi tre bambini. Credo che se non insorgono elementi estranei, se è possibile per i due coniugi decidere come è accaduto a me e a mia moglie, è giusto riconsiderare sempre la possibilità di tornare assieme. Abbiamo capito che per nostra sola volontà, i figli non dovevano essere privati della madre e del padre. Figure diversissime e insostituibili per questo necessarie entrambe alla loro crescita.

Vuol dire che è tornato per fare il padre?
No, non solo, ho fatto il padre e anche il marito. Dico soltanto che nessun genitore ha il diritto per egoismo di privare i propri figli di una delle due figure genitoriali.

Come avete ritrovato l’equilibrio?
Nel tempo, il matrimonio si è ricomposto nell’amore, nella condivisione anche delle responsabilità genitoriali e del dovere di coniuge. L’amore si è riversato nell’affetto tra noi due.

Come sono i matrimoni di oggi?
Alla prima difficoltà, alla prima burrasca, ci si arrende, si scappa. Questo atteggiamento è deprecabile in generale, ma se non ci sono di mezzo i figli, ognuno si assume solo la propria responsabilità di coniuge e decide per sé, però se ci sono dei figli non è accettabile, a meno che non sussistano dei motivi gravi. Non si deve privare il figlio del nucleo familiare.

Cosa significa essere sposato?
È un dei mestieri più difficili. C’è la responsabilità da assumersi, la stabilità, l’equilibrio e la serenità che devi infondere. Inoltre, si deve entrare nell’ottica di rinunciare alle tentazioni che, lo sappiamo, sono molte.

Crede che i nostri leader politici debbano dare un esempio in tal senso?
Sì, ma purtroppo coloro che parlano di famiglia sono sempre persone che hanno distrutto le proprie. Sovente, i responsabili dei settori strategici legati alla famiglia sono individui che nel loro privato non hanno costruito nulla di buono e non sono stati in grado di portare avanti situazioni affettive personali, come possono pretendere di parlare a noi di famiglia? sono degli ipocriti, dei demagoghi. Non sopporto questa ipocrisia, questo perbenismo.

Qual è il ruolo del padre?
Il padre deve essere un modello, deve esserci anche una dialettica molto forte. Si devono compiere azioni replicabili , eventualmente, poi sarà il figlio a contestarle. Il padre è la figura ‘tutelare’ del nucleo familiare. Tuttavia oggi i ruoli non sono più così limpidi come quelli della mia infanzia. Oggi ci sono due padri, due madri e non mi riferisco alle coppie omosessuali, parlo sempre di eterosessuali, i ruoli si mescolano. Mancano i caratteri distintivi che sono quelli che formano il carattere del figlio.

Che importanza ha la tradizione?
Ritengo che si debba tornare alla tradizione di ciò che ha funzionato. Per esempio, io sono molto riconoscente al mondo rurale in cui ho vissuto da bambino in emilai romagna, il mondo contadino. Sono nato e cresciuto in campagna e mi è rimasta dentro, la porto sempre con me, nei miei film.

La sua era una famiglia patriarcale?
Sì, certo, con i limiti che essa può avere. Tuttavia, in quel tipo di famiglia il bambino aveva un punto di riferimento, anzi più di uno, c’erano nonni, zii, sorelle, fratelli, cugini, anche perché parliamo di famiglie numerose. Oggi nelle famiglie mancano addirittura le parentele orizzontali, perché si fa un figlio unico e il bambino, infatti, è molto solo.

È un problema di ‘responsabilità’?
Sì. Quando mi presentano il proprio ‘compagno-a’, penso che una volta o si era sposati o, al massimo prima del matrimonio, si era fidanzati. Ci si deresponsabilizza continuamente nei rapporti, non si concepisce più il concetto di ‘per sempre’ anche nella promessa matrimoniale si dice ‘per sempre’, ‘finché morte non vi separi’ e invece oggi l’unico ‘per sempre’ è quello della morte.

Sta dicendo che la nostra società è intrisa di nichilismo?
Esattamente. Io vengo da un mondo antico in cui ci si credeva al ‘per sempre’, magari poi non era vero, non accadeva, ma noi ci credevamo. Questa, invece, è una società che vive in un perenne presente, ecco perché penso che i miei film siano inutili.

Perché?
Perché credo che riflettere sul chi siamo, come siamo, non serva più in questa società in cui impera il relativismo etico. L’individuo assolve ogni giorno se stesso.

Il suo cinema però è amato?
Non lo so. Il mio mondo rifiuta il mondo odierno. Anche la politica rifiuta il mio cinema, perché è impopolare, è un continuo richiamo ai sacrifici, alle responsabilità, tutte cose che la politica ha dimenticato. Come pure ha dimenticato l’essere cristiani, è troppo facile dire di esserlo se poi ci si lega quotidianamente per opportunismo. La gente vive parassitariamente e non si produce più. Ormai, ci sono solo ‘professioni’ in cui si crea, ma che cosa si crea? Tutti vogliono creare e non fare. Quando ho iniziato a fare film , se ne producevano 350 all’anno. Oggi all’anno sono di media 70-80, perché non ci sono più le persone che fanno il cinema. Al contrario, tutti si occupano di cinema, scrivono sul cinema, fanno i critici, sono migliaia e migliaia. Parassiti.

Che film guarda Pupi Avati?
Non vado al cinema da decenni, detesto il cinema e non amo guardare i film. Faccio cinema e sono appagato da questo. Io devo farlo, non guardarlo. Al massimo posso alimentare le mie fantasie con adulteri come la musica e la lettura. Poi forse i film che mi seducono un po’ mi scoraggiano e mi inibiscono, perché penso: “perché non l’ho fatto io!” Inoltre, non ho più il candore dello spettatore, quel candore necessario che ti fa vedere i film come una magia. Ormai ho uno sguardo viziato e scorretto. Mi soffermerei troppo sugli aspetti formali, tecnici, il mio è uno sguardo contaminato. Invece, lo spettatore ideale è quello che non sa come si fa un film, che vede ancora un gioco di luci e di ombre proiettate sullo schermo.

Prima di fare il regista, voleva essere un grande musicista. Come ha capito che la strada che stava percorrendo era quella sbagliata?
Confrontandomi con la realtà e scoprendo, conseguentemente, chi fossi. Il tema dell’identità e della ricerca di se stessi mi è molto caro. L’identità è una continua ricerca e poi comporta obblighi, devi comunicare chi sei a tutti. Ognuno ha un suo talento, ma lo devi prima scoprire. Spesso si confonde la passione con il talento, come successe a me con la musica. Non basta la determinazione e la passione senza il vero talento. Quando ho scoperto che non potevo diventare un musicista, ascoltando suonare lucio dalla, è stato dolorosissimo, ma sono andato a cercare quale fosse il mio ‘strumento’, il mio autentico talento. La gente non si pone il problema e sbaglia credendo di trovare il talento in cose che non sa fare oppure si chiede: ‘perché a lui sì e a me non viene riconosciuto’?’

Per quattro anni ha fatto anche il rappresentate di surgelati?
Sì, sono stati anni difficili ma anche formativi. È un modo di vivere la vita solo aspettando lo stipendio, è arido, riduttivo è da ‘impiegati’ della vita. Molti vivono così.

C’è del realismo nei suoi film?
Nella misura in cui faccio coincidere quel film con quello che sto vivendo. Guardo il film e mi somiglia moltissimo, sempre. Credo di essere molto coerente nel far somigliare il mio cinema alla mia visione del mondo. Ecco perché questo ultimo, Il cuore grande delle ragazze, mi riflette immensamente. Dopo ‘Una sconfinata giovinezza’ in cui parlavo dell’alzaimher, una storia dolorosa, plumbea, avevo voglia di sorridere con una commedia, non inutile, ma rassicurante.

Il suo cinema quindi è autoreferenziale?
Lo è sempre e credo sia così per tutti i registi. Più si è autoreferenziali, più si è onesti e quindi universali. Nel profondo, l’uomo è uguale agli altri. Le ragioni per cui si è felici o disperati sono le stesse. Se pensiamo al poeta Archiloco, è più che mai attuale, i greci classici sono contemporanei per come descrivono i sentimenti, le emozioni. Ecco perché il film a cui sono più legato è sempre quello che sto facendo. Quello del passato non sei più tu, non ti assomiglia più.

Il cinema come terapia?
Sì, il cinema si confonde con la mia vita. Quando conosco un artista o un politico e vedo che non corrisponde alla sua immagine pubblica, ne resto deluso. Nei comportamenti le persone non corrispondono con la loro immagine pubblica, torniamo sempre lì. Mi è sempre venuta la voglia di scrivere un film basato su un talk show in cui poi tutti gli ospiti tornano a casa propria e ciascuno è il contrario di quello che dichiara durante il talk show. Non sa quanti ne ho conosciuti che predicavano bene e razzolavano malissimo. Spesso sono persone che nel privato non hanno nulla da spartire con quanto appaiono pubblicamente.

Non ha compassione?
Della sfrontatezza e della demagogia con le quali si presentano, no. Comprendo i limiti umani, so cosa sia la pietas, ma quando si specula, non so perdonarlo.

Che rapporto ha con la religiosità?
Ho l’atteggiamento di chi vuole credere, ne ho bisogno. Avverto la superiorità di un Ente che vada oltre l’ingiustizia umana, perché l’essere umano non ha il potere di legiferare sulla sofferenza. Io debbo credere che ci sia un riscatto per chi soprattutto nasce e vive nel dolore. Deve esserci qualcosa per quelle persone. Per dirla con Heidegger: ‘ormai solo un dio ci può salvare’. Il proselitismo laico è ingiusto e proviene da persone privilegiate. Il conforto che deriva dall’entrare in una chiesa e pregare è importante per le persone che non hanno altro, perché in cambio cosa abbiamo da offrire? la ragione? Anche se illusorio, deve esserci questo conforto. È come se a un attore che recita male dicessi di smetterla e poi lo mandassi a casa. Tanto che sia vero o meno, che esista o no, il dio che preghiamo, non lo risolveremo certo noi con la ragione. E poi io debbo credere che rivedrò mia madre. So di essere infantile, ma non mi importa.

Mi sta facendo venire in mente alcuni film di Ingmar Bergman.
L’ho amato molto, uno dei miei film preferiti è ‘il posto delle fragole’. Ancora mi commuovo se penso alla scena finale in cui il protagonista fa un sogno e appunto riabbraccia il padre e la madre. Ecco, ogni essere umano dovrebbe nascere e poi morire nel modo in cui si è cominciato. Ognuno di noi dovrebbe avere questa possibilità, questo riscatto. Io prego che la mia vita si chiuda proprio così, come in quel film di Bergman, con il ritorno al posto da dove si è partiti. Mi auguro che finisca così.

Advertisements
This entry was posted in Il Futurista. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s