Intervista a Ivano Fossati ( Micromega 13 ottobre 2011)

Colloquio con Ivano Fossati di Mariagloria Fontana

“Decadancing” e l’addio alle scene, Ivano Fossati si racconta
Colloquio con Ivano Fossati di Mariagloria Fontana

“Per niente facile” è stato intervistarlo, per tanti, troppi, motivi, all’indomani del putiferio mediatico suscitato dall’annuncio di Ivano Fossati di abbandonare la scena musicale e dedicarsi alla sua vita, ovunque lo porti, “perché siamo naviganti, senza navigare mai”. Il cantautore genovese appare sereno, osserva i tempi bui che attraversa il nostro Paese e ci parla del suo ultimo lavoro: “Decadancing”. L’artista che ha sempre lavorato con acribia alla musica, risponde con altrettanta cura alle nostre domande, scegliendo le parole giuste e non una di più. Lo sguardo dritto, occhi negli occhi, si ritrae non appena la domanda si sposta un po’ più in là, su quella soglia che divide il pubblico dal privato. Ivano Fossati ha voglia di stabilità, esce di scena, come un nostrano J.D. Salinger. Ci lascia ammirarlo da lontano, sorridente, curioso e, perché no, innamorato.

“Decadancing”, la danza della decadenza, che dà il titolo al suo ultimo album è un modo disincantato per beffarsi dei nostri tempi?

La verità è che ci sbeffeggiamo da soli senza il bisogno delle mie canzoni. Certo, è anche una chiave per parlare di questa decadenza, soprattutto se intendiamo la decadenza morale, quella che vediamo oramai intorno a noi tutti i giorni. A meno che non abbiamo scelto di vivere nel paese di Mary Poppins, credo che abbiamo una realtà precisa davanti agli occhi. Parlare di decadenza è un fatto grave, già la parola stessa è molto pesante e nel singolo, ad esempio, in quattro minuti di canzone, ho deciso di trattarla con ironia, anche perché mi intimoriva un po’ e quindi ho scelto questa chiave di lettura.

Nel suo libro “Tutto questo Futuro” ha rilevato: “la politica ti chiede sempre qualcosa”.

La politica, nel senso degli uomini che la abitano, mi ha sempre chiesto qualcosa. L’ho notato in quel periodo, vale a dire alcuni anni fa, perché poi me ne sono completamente allontanato. C’era sempre qualcuno che chiedeva. Era difficile che i politici venissero in camerino semplicemente per farmi i complimenti per una canzone o per un concerto o a parlarmi disinteressatamente. C’era sempre una richiesta, anche piccola, magari di mettere la mia faccia su qualcosa. Molto spesso, non sapevo nemmeno di che cosa si trattasse e dovevo decidere in pochi attimi. Questa costante di richieste alla lunga mi ha stancato e mi sono totalmente distaccato da quel mondo.

Ritornando alla decadenza, cosa ne pensa di quella odierna relativa ai costumi?

Innanzitutto, credo che viviamo in un’epoca di accelerazione tale da non poterla più sopportare. Se perdiamo la testa, se siamo testimoni di questa decadenza, è perché stiamo andando ad una velocità che la nostra mente e, persino, il nostro fisico non possono più sopportare. Accade di tutto e sembra che sia lecito, ma non è così. La strumentalizzazione del corpo femminile e la sua mercificazione sono dati terribili di questa epoca del nostro paese, ma esiste anche una mercificazione degli uomini, degli individui in generale, che non è più sopportabile. Credo che l’accelerazione dei tempi abbia fatto perdere il segno di che cosa sia buono per gli esseri umani e di che cosa non lo sia più. Mi auguro che si riuscirà di nuovo ad andare ad una velocità più accettabile, umanamente comprensibile, in modo da vedere più nitidamente.

Il giornalista Andrea Scanzi, già autore della sua biografia “Il volatore”, ha scritto che lei ultimamente sorride molto di più rispetto al passato e che questo denota più voglia di vita che di arte. È così?

Io ritengo di aver vissuto molto anche prima. Non lo so se in passato ero così diverso. Tutto sommato, credo di no. Se oggi Andrea Scanzi, che è un ottimo osservatore, dice che sorrido molto, probabilmente sarà vero. Questo sorridere di più avrà una sua origine, una motivazione, verrà da qualche parte. Quindi che si tratti di un sentimento, che sia il mio mestiere, che sia l’amore, io penso che sia tutto un insieme di motivi, di fattori che non si possono separare gli uni dagli altri. C’è qualcosa di buono che accade intorno alla tua vita e che ti fa sentire un po’ più forte di prima. Ma d’altro canto, ho appena compiuto sessant’anni, se questo non fosse successo sarebbe un guaio.

Quindi lei oggi abbandona le scene perché è più saggio non più stanco?

Non abbandono le scene per stanchezza, ma per curiosità, perché credo sia ancora abbastanza presto per poter curiosare in altre direzioni. Lo dico con sincerità e lo credo fermamente. Penso e spero di avere tanto tempo per guardarmi intorno, per occuparmi di cose diverse. Tutto sommato questo lavoro l’ho fatto per quarant’anni e avendo scritto moltissimo. Adesso forse la mia curiosità mi porterà a guardare qualcos’altro.

Dei tanti artisti con cui ha collaborato chi ha lasciato tracce nella sua vita?

Quando si lavora con degli artisti le tracce le lasciano in molti. Però preferisco ricordare le persone normali. Forse le tracce più rilevanti che mi porto dentro le hanno lasciate loro. Mi riferisco a persone che facevano un altro mestiere, che non salivano sul palcoscenico, perché non stavano e non stanno tutt’ora sotto le luci dei riflettori. Ma da loro ho imparato moltissimo. Hanno lasciato le tracce più profonde.

Musicista, compositore, poeta, produttore. In quale veste si sente più a suo agio?

Io sono principalmente un musicista. Naturalmente ho scritto anche delle parole, ma mi hanno sempre chiesto molto più conto delle parole che non della musica. Questo mi ha lasciato spesso un po’ interdetto. Avrei voluto che la gente avesse avuto più attenzione per la musica, non soltanto la mia, anche quella degli altri. Invece, qui in Italia si parla tanto di parole, di concetti, di sottotesti, di che cosa si sia voluto dire. Come se le canzoni fossero sempre teatro o letteratura, invece non è così. La musica, tecnicamente intesa, dice altrettanto delle parole. Quando ascoltiamo la musica classica non ci domandiamo se siano necessarie anche le parole per esplicarla e troviamo comunque il significato di quello che ascoltiamo. Invece per quanto riguarda la musica pop non riusciamo a farlo.

Dalla “Costruzione di un amore” a “Tutto questo futuro”. Da un amore infelice ad un amore felice, compiuto.

C’è un bel salto e non solo temporale. Ma il tempo serve sempre a qualcosa. Quando si cresce e si naviga in mezzo alla vita, molte cose non si capiscono, si urta, si rimbalza. È anche naturale che ciò avvenga. Per fortuna, arriva un lungo momento in cui si comincia ad orientarsi meglio. I sentimenti sono una carta geografica complicatissima, lo sappiamo tutti, e sapercisi orientare bene è veramente un’impresa per pochi. Però è una materia che si impara.

C’è una canzone che avrebbe voluto scrivere?

È una domanda difficile da fare a uno che ne ha scritte 460. Probabilmente sì. È possibile che domani o la settimana prossima magari mi venga l’idea di una canzone che non ho mai scritto e che mi trovi fuori tempo massimo per farlo. Mi auguro che questo non succeda, spero di aver scritto tutto, ma se dovesse accadere, la scriverò.

Il suo libro “Tutto questo Futuro” si conclude con il contributo della sua compagna che descrive di come lei sia cambiato e non abbia più voglia di scappare. Ha desiderio di mettere radici?

Lo scritto di Mercedes rappresenta uno sguardo esterno e in quanto sguardo dell’altro è compiuto nel descrivermi. Un conto è quello che io posso raccontare e posso credere di me, di come io sia, anche in buona fede, un altro conto è ciò che l’altro vede di me. Molto di più vale l’occhio degli altri, di chi mi osserva. Allora, se la conclusione di chi mi osserva è quella che ha tratto Mercedes, non posso che esserne felice e spero di somigliare a quello che ha scritto.

Come si vede da qui a un anno?

Mi vedo in una fase di riposo e di vacanza. Tuttavia, se ho impiegato gli ultimi tre o quattro anni della mia vita a maturare questa idea di lasciare la mia professione, inizierò anche a pensare seriamente a che cosa dedicarmi, a che cosa rivolgere il mio sguardo. Ma voglio farlo solo dopo essermi fermato e dopo aver lasciato trascorrere del tempo.

(13 ottobre 2011)

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