Intervista ad Andrea Scanzi (pubblicata su’Il Futurista’ del 28 ottobre 2011)



L’antiberlusconismo fa il gioco di B? Una favoletta per “dalemiani”…
Andrea Scanzi: ‘boy di Arezzo’ tra cani e politica.

di Mariagloria Fontana
(pubblicata su ‘il Futurista’ del 28 ottobre 2011)

“Il boy di Arezzo”, come amava chiamarlo Edmondo Berselli quando ancora scriveva sulle pagine del Mucchio Selvaggio, è oramai un affermato giornalista. Classe 1974, firma di punta del ‘il Fatto quotidiano’, Scanzi è eclettico, scrive di vino, calcio, tennis, musica, satira politica, televisione. Le sue analisi sempre caustiche ne fanno un critico temibile, perché dotato di competenza e acume. Occhi azzurri, mani affusolate, un metro e ottantacinque cm di altezza, sulla sua affollatissima pagina facebook i suoi estimatori oltre che citarne i pezzi a memoria, lo definiscono: “indiscutibilmente bello”. Come se non bastasse possedere un talento così sfacciato e abbacinante. Se non fosse anche gentile e affabile, sarebbe detestabile. La sua penna è più tagliente di una scimitarra e ha colpito Fabio Fazio, ferito Checco Zalone e, in ordine di apparizione, Jovanotti. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione romana del suo ultimo brillante esercizio di stile: “I cani lo sanno” edito da Feltrinelli. Curiosamente abbiamo scoperto che parlando di se stesso arrossisce, tradendo un po’ di timidezza. Ci torna alla mente il brano: ‘Non Arrossire’ di Giorgio Gaber, l’autore che omaggia portando in scena lo spettacolo ‘Gaber se fosse Gaber’. Odiato o amato, lo abbiamo pungolato su cani, politica e vita privata.

Com’è nata l’idea del libro?
Dal grande desiderio di scrivere qualcosa che fosse molto vicino al romanzo e questo è sicuramente quello, fra i libri che ho scritto, che ci si avvicina di più. Volevo pubblicarlo con la Feltrinelli e parlando con la casa editrice ci fu interesse reciproco. Dialogando con Alberto Rollo venne fuori che lui aveva un cane che è finito nel libro di Stefano Benni e io ne avevo due. Mi disse se volevo provare a scrivere un libro dal punto di vista di un cane, come se mettessi la macchina da presa rasoterra. Dopo tre mesi, ho scritto la prima stesura in dieci giorni.

Il titolo: ‘i cani lo sanno’. Cosa sanno più degli uomini?
Il libro avrebbe dovuto intitolarsi ‘i cani ci guardano’ però prima di noi è uscito il libro di Franco Marcoaldi e quindi abbiamo optato per ‘i cani lo sanno’ , che ha un qualcosa di ‘ligabuista’ e non è esattamente il mio musicista preferito, però quel titolo suonava bene. I cani sanno tutto di te, sono la tua ‘scatola nera’, nel momento in cui si potessero smontare scopriremmo delle cose veramente inquietanti. Sanno essere fedeli come noi non sappiamo essere, sanno osservarti con una discrezione assoluta, sanno accudirti e mantenere segreti. E, soprattutto, sanno paradossalmente insegnarti ad essere uomo. Pur appartenendo a un’altra razza, che non è umana, ci insegnano a essere umani.Forse perché sono così dolci, così puri anche nei loro difetti. Sono spietati nel loro voler bene, non hanno alcun tipo di barriera, sono se stessi. In questo 2010 del mio scontento, come lo chiamo nel libro, mi hanno insegnato a essere più uomo, mi hanno permesso di trovare la mia strada e che trovassi me stesso.

Addirittura?
Loro sono stati gli unici esseri viventi che sono rimasti con me dall’inizio alla fine. Quindi qualche merito glielo devo pur dare.

Scrivi anche della tua fedeltà nei confronti dei tuoi cani. Cosa significa?
Amore continuativo, affetto, è il pensare sempre a loro non come a una cosa di tuo possesso ma come qualcosa che fa parte sistematicamente della tua vita. Rimangono cani, non sono figli, però mi sono reso conto di avere un attaccamento totale a loro. Un atteggiamento che ho nei confronti degli amici, della famiglia, delle persone a cui voglio bene. Nel libro ironizzo dicendo che lo stesso concetto di fedeltà non riesco ad averlo in un rapporto di coppia e paradossalmente la mia battuta è : “sono le uniche femmine alle quali sono rimasto fedele”. È una battuta, ma è molto vicina alla realtà.

Max Stèfani, allora direttore del Mucchio Selvaggio per il quale scrivevi, e proprietario di un labrador, Seppia, del quale parli anche nel libro, che ruolo ha avuto nella tua vita?
All’inizio della mia carriera, Max è stato una delle persone più importanti, perché è stato il primo che ha creduto in me. Gli ho voluto così bene da decidere che fosse lui il mio testimone di nozze quando mi sono sposato otto anni fa. Poi nella vita le cose cambiano. Lui a un certo punto ha deciso di abbracciare un certo tipo di giornalismo volgarotto, qualunquista, con una scrittura brutta, che non mi piaceva. Non mi ci trovavo più e allora nel 2006-2007 ho abbandonato Il Mucchio quando ancora scrivevo per ‘La Stampa’. Non me l’ ha mai perdonato. Con il passare degli anni mi ha dedicato qualche corsivo sostenendo che io facendo carriera avevo tradito me stesso; lui tende a pensarlo di tutti quelli che fanno carriera. Credo che Max debba chiedermi scusa, perché da un punto di vista umano è stato molto scorretto nei miei confronti. Comunque pur avendomi fatto male in passato, gli riconosco tanti meriti e tante cose che mi hanno aiutato. Non ultima, il fatto che mi sia innamorato dei labrador nere femmina proprio per colpa sua. Nel 2000 lui era single e aveva questo rapporto empatico con il cane, Seppia, erano veramente un’unica persona. Mi piaceva questa cosa.

Sei molto caustico, specialmente nel tuo blog ‘il criminoso’. Credi che il giornalismo e la satira politica possano incidere sul dibattito politico?
Sul dibattito sì, sulla realtà concreta molto meno. In linea di massima io detesto le penne, o le voci, che non hanno il coraggio di esporsi. Quindi dico e scrivo ciò che penso. Non è gusto gratuito per la provocazione, ma esigenza di libertà e fastidio feroce per la grande moda degli ultimi anni: il volemosebenismo paraculo.

Due fenomeni legati all’informazione. Secondo Arianna Huffington le notizie stanno diventando ‘sociali’, nel senso che i giovani si informano più sui social network che attraverso altri mezzi di comunicazione. Anni fa, Tina Brown (attuale direttrice del Daily Beast ed ex direttrice del New Yorker) è stata l’antesignana di quel giornalismo che è una commistione di notizie e gossip. Dove vanno informazione e giornalismo in Italia?
Vanno verso la morte, perché l’informazione canonica è quasi sempre asservita o pallosa (o entrambe le cose). Il web non è la salvezza, ma ha potenzialità immense. E arriva sempre prima. Condivido la Huffington, ormai i social network incidono anche sulle elezioni, mentre del gossip non so che farmene. Non mi interessa il pettegolezzo, il privato, non mi interessa la cronaca nera. Mi interessa dare e cercare notizie e opinioni.

Nel tuo seguitissimo blog tiri fendenti fatti di parole nei confronti dei rappresentanti politici e non solo. A tuo avviso c’è un’alternativa a Berlusconi e ha ancora senso parlare di ‘antiberlusconismo’?
Più che altro ha senso parlare di indignazione, decenza e sano desiderio di opporsi. La storia dell’antiberlusconismo che fa il gioco di Berlusconi è una favoletta a uso e consumo di dalemiani e polli di allevamento derivati. L’opposizione politica italiana è debole, pietosa e correa. Per questo, Berlusconi è ancora lì. Fa comodo anche alla presunta opposizione. Il Pd ha colpe terrificanti e non lo voterei neanche sotto tortura. Nei miei articoli, nel mio blog e nella mia pagina Facebook sono seguito perché do un punto di vista diverso, inedito, libero e forse coraggioso. A volte sono condivisibile e a volte no, ma l’effetto che si ha leggendomi è quello del “finalmente qualcuno dice che il Re è nudo” e nel caso di Berlusconi è quasi sempre nudo, peraltro. Nell’era del situazionismo, del tengofamiglia e dell’equilibrismo, è quasi un’eresia.

Del periodo in cui hai scritto la biografia di Ivano fossati che ricordi hai?
Per la stesura de“Il volatore” ho impiegato due anni. È il libro più faticoso che ho scritto, la parola ‘faticoso’ non ha necessariamente un’accezione negativa, anzi. Ogni volta con Ivano dovevamo trovare l’incastro giusto. A lui non piaceva una pagina, a me non ne piaceva un’altra. Ho vissuto in piccolo quello che ha vissuto Fossati con De André quando scrissero Anime Salve. Mi sono reso conto che per loro, poiché erano due caratteri molto scorbutici, scontrosi, esigenti, benché geni assoluti, era inevitabile lo scontro. Non sono paragonabile a loro due, però nel piccolo i nostri due caratteri forti, introversi, spigolosi, si sono scontrati. Finché si è trattato di un rapporto di amicizia, è andato tutto bene, quando si è trattato di scrivere, per quanto riguarda lui qualche screzio c’è stato. Però alla fine il libro è piaciuto a entrambi, l’amicizia si è cementata e sono molto contento che negli anni successivi, anche quando è capitato che io non scrivessi delle cose enormemente positive nei confronti dei suoi dischi, lui mi abbia telefonato e mi abbia preso in giro dicendomi: ‘riesci ad essere cattivo anche con me’ però dicendolo con stima. È un amico e sono felice che sia rimasto questo rapporto con lui.

Si dice che per fare i giornalisti si debba ‘stare sulla notizia’. Come puoi permetterti di vivere in campagna ai piedi di Cortona, semi isolato,come se fossi il protagonista di un romanzo, lontano da tutto e tutti?
Me lo posso permettere sempre di meno. Quando nel 2010 si è trattato di decidere se trasferirsi a Roma o a Milano, ho scelto di restare a Cortona. Durate la settimana sto spesso fuori casa, viaggio molto e a Cortona ci passo soltanto tre giorni a settimana. La mia casa di campagna è un po’ la mia camera di compensazione. Non so fino a quando potrò permettermi di vivere così lontano dalla metropoli, ma mi auguro che sia ancora così per un po’.

Molti sostengono che tu sia l’erede di Edmondo Berselli.
Per me lui è stato un maestro. Ogni volta che me lo citano e fanno un parallelismo tra me e lui ne sono orgoglioso, però non credo di meritarmelo. Sono sempre felice di ricordalo, di poter raccontare quanto era bravo e quanto era bello umanamente, quanto mi ha insegnato e quanto mi aiutato anche concretamente. Ci sono dei punti di contatto inevitabili, lui era un eclettico, era uno che scriveva di tanti argomenti, aveva una labrador femmina a cui ha dedicato il suo ultimo libro . Ci sono tante cose che incrociano il suo cammino con il mio. Sono sicuramente il suo allievo, ma da qui a dire che sono il suo erede ne parliamo tra vent’anni.

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