Intervista al M°Giorgio Albertazzi – Un anarchico e libertario alla corte di Shakespeare

Un anarchico e libertario alla corte di Shakespeare
pubblicata su ‘Il Futurista’ uscito in edicola il 15 luglio 2011

Se si potesse associare Giorgio Albertazzi ad una battuta di un film, si potrebbe dire che: “un essere vivente è una memoria che agisce”. Albertazzi è memoria del Teatro, ne è la testimonianza vivente . Sempre in continua ricerca, proiettato verso quello che Goethe chiamava ‘streben’, il cercare, il superare i propri limiti, con uno slancio che è tensione verso l’infinito con il desiderio di afferrarlo. Durante queste settimane riporta in scena al Silvano Toti Globe Theatre di Roma ‘La Tempesta’ di William Shakespeare. L’ultimo grande maestro del teatro italiano, all’anagrafe quasi ottantotto anni, ci accoglie con urbanità e un grande afflato umano. Sorridente , talvolta, ironico, avvolto da quella singolare malìa che solo chi ha fatto dell’arte la propria vita può emanare.

Che relazione c’è fra lei e Prospero, il protagonista de ‘La Tempesta’ di William Shakespeare ?
Prospero è un mago ed io non lo sono, ahimè. Ho cercato di dargli un po’ della mia umanità, lui che è un incantatore, ma che è teso a svelare gli intrighi del potere. Ho recitato tutti i personaggi shakespeariani, mi diverte. Rispetto ad Amleto e Otello, non c’è fatica, anzi, mi riposo. Il teatro è sempre un gioco, come quello che fanno i bambini, un gioco in cui ti immedesimi ‘seriamente’. Quando mi domandano: a cosa serve? Rispondo: gli uccelli a cosa servono? A essere belli. Pensiamo sempre all’utilità delle cose, delle azioni, dell’arte. Come scriveva Oscar Wilde: ‘tutta l’arte è perfettamente inutile’.

Se le dico: “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, cosa mi risponde?
Che sono fra i versi più celebri mai stati scritti da Shakespeare, appunto il finale de ‘La Tempesta’. Io lo declamo anche quando faccio i miei recital: “signori il nostro gioco è finito, gli attori, i musici, i personaggi, evocati spiriti si sono dissolti nell’aria figlia della notte”. È bellissimo, suggestivo. Shakespeare rappresenta come nessun altro autore, ed è questa la sua grandezza, la caducità dell’uomo, secondo la quale ogni cosa che comincia è destinata a finire. Per questo siamo uomini e non dei. In tutte le sue opere c’è
la figura costante della fine, della morte e il principio per cui nulla è ripetibile. In fondo, se la vita fosse eterna, sarebbe noioso. Bisogna afferrare l’attimo fuggente come dice Goethe nel suo ‘Faust’: “resta, sei bello! All’attimo fugace. La traccia, qui, dei miei terreni giorni non può svanir negli Eoni infiniti. Nel presagir questa letizia eccelsa io godo, adesso, l’attimo supremo”.

Cos’è il sogno?
L’eternità. Con il sogno si tocca l’eterno. Ci sono pochi modi nella propria esistenza di sfiorare l’eternità, uno è il sogno. L’altro è l’amore, un certo tipo di amore, cioè l’arte, il teatro, oppure l’amore come empatia fra due persone che si incontrano. Questi momenti ti fanno avvertire l’eternità, l’infinito, e per un istante non sei più caduco su questa terra. Anche se poi tutto svanisce e si dissolve.

Che rapporto ha con la memoria e il ricordo?
Da un punto di vista ‘teatrale’, ricordo ogni verso, ogni battuta, ho una memoria di ferro. Invece, per quanto concerne quella che chiamerei memoria ’emotiva’, non rammento mai l’insieme, ma solo dei dettagli. È strano. Un po’ come scriveva Proust in ‘Sulla Strada di Swann’, le famose ‘madelaine’, i luoghi fisici, , gli oggetti, che evocano degli odori, dei ricordi, attraverso di essi percepisco il passato che in questo modo riaffiora nella mia mente, così come i volti e i gesti delle persone che ho amato. Io amo molto la donna, intendo come entità, non sono un donnaiolo, e nel ricordare voi siete bravissime. Le donne hanno una memoria incredibile, prodigiosa. Rammentano ogni attimo, ogni dettaglio d’amore, ad esempio.

Nella sua vita ci sono state molte donne?
Nessun evento importante è accaduto senza una presenza femminile. Se non ci fossero le donne, la vita sarebbe come una stanza chiusa senza finestre. Noi uomini siamo molto più grezzi. Ecco, la donna è una finestra che si apre.

Ha amato molto?
Credo di sì, anche se penso di essere stato molto più amato di quanto io abbia fatto. Forse perché è un mio limite, quando amo mi succede di distrarmi oppure inopinatamente scopro che la storia non mi interessa più, che ha perso la sua curiosità, la sua singolarità. Però tutte le donne che ho amato, in qualche modo, sono rimaste nella mia vita, nessuna è scomparsa del tutto.

Sovente gli artisti soffrono di narcisismo, lei ne è affetto?
Credo di essere più Orfeo, tra i due miti Orfeo e Narciso, sono orfico, nel senso che il canto, la poesia, la voglia di scoprire la divinità e il teatro attengono più ad Orfeo. Non mi pare di amare molto me stesso nel senso visivo, non mi piace contemplarmi.

Nemmeno sul palcoscenico?
La grande performance artistica è anche estetica, ma il momento più alto è quando fai qualcosa che non ti aspetti da te stesso, come se ci fosse una sorta di disidentificazione eppure tu sei lì e ti sorprendi quasi fino a spaventarti di ciò che stai creando. Ti domandi: chi è che è intervenuto? E poi Orfeo viene dilaniato dalle baccanti, ed è una bellissima fine, direi auspicabile.

Tornando alla memoria, che ricordo ha del capolavoro di Alain Resnais “L’anno scorso a Marienbad”(1961) del quale fu protagonista?
“Aspettavo, avevo tempo, ho sempre creduto di avere tempo” dice il mio personaggio ‘X’. È un film rarefatto, quasi impalpabile, labirintico, di una bellezza indefinibile, che ha coinvolto tante cose. In quel periodo in Francia c’era un grande fermento culturale: il nouveau romance, robbe grillet, che firmò la sceneggiatura. Il film è geniale, scandito quasi con un linguaggio e con uno stile proustiani. Vi si affronta il tema della riappropriazione di un’identità frammentata, quella della donna protagonista e, naturalmente, il tema della memoria, che sembra inafferrabile, ma poi non è così. Io non mi piaccio, avrei potuto essere migliore, il mio mister X non mi soddisfa riguardandolo oggi. L’avrei fatto recitare ad Al Pacino, con quello sguardo sperduto e quella voce. Il film vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia e aver recitato in quell’opera significa essere entrato nella storia del cinema.

Il cinema non la incuriosisce più?
Ho girato due film come regista e ho un altro progetto in cantiere. Come attore, la pura verità è che , malgrado le magnifiche presenze femminili, il cinema mi annoia perché per me è un po’ troppo semplice. Essere così ‘in pelle’, non mi stimola, non mi pungola. Laddove il teatro è psiche profonda, il cinema è meramente pelle, soma. È una sorta di primo piano continuo, se hai un brufolo non puoi filmare. In teatro vai in scena anche se sei zoppo. Il teatro pesca in ben altre zone dell’essere.

In molte interviste ha dichiarato di esser stato il primo ‘velino’ della storia, ce lo vuol spiegare?
Ho iniziato col teatro, poi sono passato in tv e sono diventato popolare. Grazie alla mia notorietà televisiva, la compagnia teatrale della quale faceva già parte la bravissima Anna Proclemer mi contattò. Chiamarono me, come se oggi per fare uno spettacolo ingaggiassero una star televisiva, così per richiamare pubblico e rimpinguare le tasche del botteghino teatrale. Come se io prendessi Elisabetta Canalis in un mio spettacolo, che poi secondo me lei sa recitare, ma lo penso solo io, temo.

Non sarebbe una novità. Lei ha avuto accanto donne belle, avvenenti, che spesso non avevano calcato la scena teatrale, ricordo Valeria Marini.
Io avevo un’idea su di lei, volevo lei per quello che era, non volevo trasformarla, anche perché ci vorrebbero degli anni. Ha perso una grande occasione, ma era talmente innamorata di Cecchi Gori che non veniva mai alle prove. Valeria è simpatica, intelligente, ha una certa vitalità, manovra questo suo corpo ridondante in maniera abbastanza disinvolta, ma non si presentava in teatro ed io mi sono pure un po’ incazzato. Lei compariva su un’altalena, era molto bella, peccato, l’idea di quell’adattamento dell’Angelo Azzurro era formalmente interessante, dai costumi, alle scene, alla regia.

Ricordo che nella trasmissione tv ‘Chiambretti Night’ lei declamava versi fuori campo mentre una soubrette brasiliana si spogliava togliendosi di dosso delle pagine. Un’antitesi perfetta. Una sorta di sacro e profano. Non c’è differenza fra una cultura ‘alta’ e una cultura ‘bassa’, popolare?
Quella era un’ idea volutamente provocatoria, mi divertiva moltissimo. Il mio concetto di cultura è quello per cui tutto ciò che cambia le cose è cultura; è un modo di vivere. Una canzone di Vasco Rossi, in un dato momento, vale quanto una poesia di Giacomo Leopardi. Sono contro le accademie, ho istituito una scuola di dissuasione teatrale, è un’antiscuola. Fra qualche giorno andrò in Calabria per dirigere un festival e porterò con me gli allievi che ho selezionato accuratamente. Non sono tutti giovanissimi, alcuni hanno settant’anni. (ride)

Politicamente dove si colloca?
Per mia natura sono un anarchico, per essere più precisi mi sono sempre definito un anarchico di centro. Nel senso che non amo la violenza, che ha pure una sua bellezza, ma le vittime della violenza sono sempre i più deboli, quindi la rivoluzione armata non mi interessa. Mi interessano, invece, le battaglie per i diritti civili. Parlavo oggi con Marco Pannella, ho fatto tutte le battaglie con i radicali, dal divorzio all’aborto, le ho sostenuto tutte e ho trascorso molte notti insonni con loro. Tra l’altro ho detto a Marco di smetterla con questo digiuno e l’ho invitato a cena. Sono anche a favore della campagna che vorrebbe Marco Pannella senatore a vita, sarebbe bello dopo tutte le battaglie civili che ha combattuto.

Che ne pensa di questo Governo?
Non è il peggior Governo che abbiamo avuto, però è incappato in un momento molto difficile. Aveva ragione Benito Mussolini quando diceva che gli italiani sono ingovernabili. Sono impossibili, perché sono individualisti, ma poi nemmeno tanto, perché hanno bisogno di un complice e , aggiungerei, anche di un padre. Sono fantasiosi, ma nello stesso tempo sono completamente indisciplinati. E poi è un paese totalmente dominato dalla burocrazia,chi comanda in Italia è la burocrazia, quest’apparato che è paragonabile soltanto al vecchio regime sovietico.

Lei va a votare?
A malincuore. Non scriva però che sono un facente parte dei nuclei proletari armati. Ironia a parte, il problema attuale in Italia è che si progredisce poco, raramente nella scienza, pochissimo nelle arti. La verità è che se tu vuoi fare una cosa, hai un’idea, un’iniziativa, non è che non te la fanno fare, ti osteggiano con la burocrazia. Torniamo sempre lì. Se devi compilare dei moduli, alla fine non porti a termine nulla, perché ne manca sempre uno e la tua idea resta solo un’entità astratta che non si concretizza.

Lei che è stato dal 2002 per ben cinque anni direttore del Teatro di Roma, che idea si è fatto della mobilitazione dei suoi ‘colleghi’ in favore del Teatro Valle ?
Credo che sia l’azione più stupida che potessero fare. Nessuno pensa di fare del Valle un mercato rionale, chi l’ha detto? Mi sembra una reazione fuori tempo. Io credo anche in questo tipo di pressioni, ma nel suddetto caso mi sembra che questa gente voglia soltanto esibirsi su un palcoscenico prestigioso. Per ora il teatro Valle è affidato al Teatro di Roma che lo può gestire. Sarà del Comune di Roma? Non lo so. Solo allora si vedrà e si potrà reagire di conseguenza ed eventualmente fare delle dimostrazioni. In quel caso bisognerà trovare uno sponsor e sappiamo tutti che costa milioni di euro gestire un teatro. E allora, sì, che sarà necessario fare una vera e propria rivoluzione con delle idee. Non certo ora che è scattato un allarme rosso senza avere un motivo valido.

Mariagloria Fontana

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