Intervista a Michela Murgia


Intervista a Michela Murgia
pubblicata dal settimanale ‘Il Futurista’diretto da Filippo Rossi nel numero uscito venerdì 20 giugno 2011

“Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”, così scriveva Simone De Beauvoir nel suo celeberrimo ‘Il secondo sesso’, era il 1949. Nel 2011, la scrittrice Michela Murgia pubblica il suo ultimo libro:”Ave Mary”, edito da Einaudi, in cui racconta della mancata rappresentazione delle donne come soggetto attivo da parte di una società ancora influenzata dai dettami della chiesa cattolica e dalle interpretazioni fallaci sulla figura di Maria di Nazareth. L’autrice dedica il suo saggio a tutte le donne, ma anche a quegli uomini ‘che ci vorrebbero belle e silenti’ e a ‘Il Futurista’ parla di chiesa, quote rosa, femminismo, bellezza, della Gelmini e della Carfagna, non lesinando parole sulla sua passione per la saggistica e per Zygmunt Bauman di cui ha preso in prestito la teoria economica per spiegare questioni religiose.

“Ave Mary” è un viaggio a ritroso che attraversa le nostre tradizioni cattoliche per spiegare la questione femminile attuale ?
Non ho la pretesa di gettare uno sguardo ‘accademico’ sulla questione femminile che è estremamente complessa e ha dei contributi molto più qualificati del mio. ‘Ave Mary’ è più un libro esperienziale che di sentenza. Nel senso che parte dall’analisi di alcuni aspetti che mi colpiscono della situazione attuale della donna e cerca di ricostruire quale sia stata l’influenza della cultura cattolica su questi stessi.

Lei corrobora le sue argomentazioni citando varie fonti da Tertulliano a Papa Giovanni Paolo II. Quella che colpisce maggiormente per la sua ‘modernità’ è la riflessione di Papa Giovanni Paolo I su Dio che è Padre, ma è anche Madre. Eppure, nonostante un concetto così innovativo, nella Chiesa non c’è stata una naturale ‘progressione’ verso la prospettiva femminile. La Chiesa ha paura?
La chiesa sicuramente ha paura. Bisognerebbe chiedersi per quale motivo. Spesso, accade quando c’è un potere consolidato in gioco che chi lo detiene non sia disposto a metterlo facilmente in discussione. La Chiesa è un luogo di conservazione, non è un luogo di progresso, sono le spinte esterne alla Chiesa che possono farle compiere dei passi avanti, ma essa di per sé tenderebbe a non muoversi mai e, se è possibile, a lasciare le cose come le ha trovate. Anche quando i Papi si sono apparentemente esposti su delle questioni, è il sistema che ha impedito e impedisce di fare passi avanti. L’unico momento in cui è stato fatto un salto in avanti è stato il Concilio Vaticano II.

Il suo libro termina con un’ ‘apertura’ nei confronti della figura di Maria: “Dio ha destabilizzato la gerarchia patriarcale tra l’uomo e la donna, facendo di una ragazza la massima complice della salvezza del mondo”.
Certo, il mio è un approccio da credente non da anticlericale. La questione che mi pongo è quella delle cattive letture della figura di Maria, perché sono sicura che tante donne credenti devono a quella lettura la loro sofferenza spirituale di genere e credo, per certi aspetti, anche molti uomini. Il tema della differenza femminile e dell’emarginazione femminile è stato affrontato numerose volte, dagli anni settanta a oggi, ma si è tenuto poco conto della prospettiva delle donne credenti. Sovente, il femminismo si è posto come istanza anticlericale, perché la Chiesa era un soggetto patriarcale alla massima potenza. Credo che questo sia un tempo buono per provare a fare pace fra le giuste rivendicazioni femministe e il diritto di chi crede a non veder distrutto il proprio impianto di fede.

Stiamo assistendo a una ‘rinascita’ del femminismo, una sorta di neofemminismo ?
Il femminismo non è mai morto, per quanto ne abbiamo cantato il requiem tante volte. Le donne hanno continuato a riflettere su se stesse. Da certe posizioni, che le donne negli anni settanta hanno acquisito con le loro lotte, è impensabile tornare indietro. Quello che manca alle donne della mia generazione è la consapevolezza di muoversi dentro conquiste recentissime che vengono da un passato davvero vicino, ma oggi ci sono delle battaglie e le combatteremo, perché in fondo la guerra è sempre la stessa.

Lei ha sostenuto la manifestazione nazionale ‘Se non ora quando”.
Ho partecipato dalla piazza di Verona salendo sul palco a dare la mia lettura. Quello è stato il giorno in cui abbiamo tutti capito che il vento stava cambiando, perché questo governo si basava sul consenso tacito delle donne, comprese quelle cattoliche. Quella manifestazione, che colpiva la più evidente delle culture maschiliste, ma non l’unica, ci tengo a specificarlo, non fu politica contro la destra. Anche la sinistra ha i suoi problemi con la questione femminile, più nascosti, ipocritamente negati, non così arrogantemente propugnati, ma le donne devono guardarsi da tutte le direzioni.

Quali sono i problemi della sinistra nei confronti delle donne?
La battaglia per le quote rosa in politica vale per la destra come per la sinistra. Gli uomini non intendono fare spazio nei posti di potere in nessuno schieramento.

Non ritiene che le quote rosa siano un fenomeno discriminatorio al contrario?
Ma in che modo?Le quote rosa sono necessarie, dovrebbero essere una direzione obbligata. Non servono a garantire più donne competenti, ma servono a garantire più donne quantitativamente e basta. Mi piace spostare il discorso, le faccio un esempio. Tra i fumatori e i non fumatori, se non ci fosse stata la legge Sirchia, i fumatori non avrebbero mai diminuito il pensiero del proprio diritto a fumare fino a rendere ai non fumatori gli ambienti insalubri. La legge Sirchia ha creato una mentalità secondo la quale i non fumatori hanno diritto a respirare un’aria sana e il loro diritto vale tanto quanto quello degli altri e non dev’essere vilipeso. Sono convinta che le leggi coercitive abbiano il valore di creare una mentalità, perché nulla avviene spontaneamente.

Cosa ne pensa dell’emendamento Germontani che prevede, a partire dal 2015, il 30% delle donne nei Cda di aziende quotate in Borsa e a partecipazione pubblica?
Il 30% è una percentuale credibile, ma non è sufficiente, mi sembra ancora bassa. Tiene conto del fatto che le donne sono meno disposte ad assumersi ruoli di responsabilità, perché hanno ancora a carico i pesi della gestione dello stato sociale. Di fatto, sono considerate un ammortizzatore sociale. Una donna che fa figli, nonostante voglia assumersi più responsabilità nel lavoro, tendenzialmente dirà di no. Non lo affermo io, è il Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi che sostiene che se l’Italia raggiungerà i livelli di occupazione femminile europea, ci sarà un aumento di diversi punti percentuali del Pil.

La sociologa britannica Catherine Hakim ha scritto che l’eros genera potere e per questo motivo le donne investono sul sex appeal, che lei definisce:’capitale erotico’ mettendolo al pari di altri capitali: economico, culturale ecc. C’è interesse da parte di uomini e donne a mantenere attivo il mercato del sesso e il valore di questo tipo di capitale sta aumentando nel tempo.
Lo sappiamo dai tempi di Madame de Pompadour che il sex appeal è un vantaggio. La novità è che venga legittimato al pari di un’altra competenza. Il nostro paese si pregia di voler raggiungere la meritocrazia mentre, in realtà, l’assenza di quest’ultima è il problema di tantissimi settori bloccati. Pensare di investire su una cosa che non è merito di nessuno, perché essere belli non è un merito, è frutto di nessun impegno e di nessun percorso, mi pare mortificante. Mi sembra che si voglia mettere un’aria accettabile a quella che resta una furberia.

Che cos’è la bellezza ?
Non associo la bellezza ad una condizione fisica, perché la bellezza è un bene duraturo, invece il corpo non dura. Non ho mai pensato di raggiungere dei traguardi nella mia vita attraverso la bellezza. Qualcuno potrebbe dirmi che è perché non sono bella come Nicole Minetti. È una sciocchezza. Qualunque donna sa perfettamente che quella possibilità è alla sua portata nel suo ambiente. Magari non sarà una bellezza strepitosa ma tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo sentite fare l’offerta che avrebbe agevolato un percorso, una carriera. Non c’è bisogno di essere bellissime, perché l’uomo non cerca la donna bellissima, cerca la donna disponibile. Il tuo livello di usabilità, la tua possibilità di farti usare, non dipende tanto dalla tua bellezza, ma da fino a che punto sei disposta ad accettare di fare quello che ti chiedono di fare. Per me la bellezza è fuori da questo discorso, non c’entra nulla, è un’altra cosa. È davvero un valore aggiunto, ma nella sua complessità, non nella sua estetica. Tutte le donne che credono che la bellezza corrisponda all’estetica, saranno sempre costrette ad andare dal chirurgo plastico, nel momento in cui il tempo lascerà il segno sul loro deperibile patrimonio. La bellezza è qualcosa che aumenta col tempo, non diminuisce.

Cos’è il talento?
Talento è un termine strano, preferisco la parola: ‘competenza’, perché il talento sembra un bene infuso dal cielo grazie al quale ci sono quelli che sanno dipingere, che sanno suonare. Mi piace di più il concetto di competenza, che rivela un percorso di costruzione. Per cui esistono delle persone che sanno fare delle cose o che sanno delle cose, perché le hanno studiate, le hanno messe in pratica, si sono esercitati e hanno raggiunto un livello di eccellenza nel proprio saper fare. Sarebbe un Paese giusto quello in cui chi ha queste competenze arriva ad una collocazione corrispondente. L’Italia non è questo, anzi, è il suo contrario. I più cialtroni si trovano nei posti migliori e i nostri migliori cervelli sono costretti a farsi apprezzare altrove.

C’è un antidoto ?
Cambiare la classe politica, prima di tutto. Ma non sostituendo la destra con la sinistra, perché entrambe hanno concesso credito più all’incompetenza che alla competenza. Credo che sia necessario un processo culturale, perché l’italiano, come dimensione culturale, ha problemi con la meritocrazia. Si comincia facendo una telefonata all’amico politico per far vincere un concorso al figlio e poi magari ci si lamenta in piazza se non lo supera. Tutti pensano che il discriminato sia il proprio figlio e non si riflette sul fatto che magari il figlio dovrebbe fare uno sforzo in più per raggiungere la competenza che quel posto richiede.

Che idea si è fatta dell’esito delle ultime amministrative?
Per quanto concerne Milano, c’ è stato un segnale di forte rottura con il passato. Pisapia è una persona competente che non avrei avuto nessun problema a votare se fossi stata di Milano. È onesto, preparato, competente, è il politico con cui è possibile immaginare un futuro. Io mi disarmo quando in consiglio regionale può entrare un asino scolastico come il figlio di Bossi e nessuno scende in piazza a fare una rivoluzione. Ora pare che il vento stia cambiando e stia vincendo la sinistra, ma aspetto la sinistra sulle scelte da compiere ed è lo stesso campo in cui è risultata debole e mancante. Non credo che adesso il mondo sarà migliore, attendo di vedere come intendono renderlo migliore. Le comunali hanno il vantaggio che ogni sindaco risponde per sé e al proprio territorio, però se a livello nazionale ci fosse una spinta popolare pari a quella che ha portato Pisapia al comune di Milano, non potrei che esserne contenta. È un processo più sano rispetto al tipo di affidamento messianico dell’uomo solo al comando, che ha contraddistinto la politica italiana degli ultimi quindici anni.

Si auspica un futuro con una donna ‘premier’?
Le donne in politica si sono dimostrate cialtrone come gli uomini e questo secondo me è un buon segno, perché non penso che siano migliori. La percentuale degli stupidi non tiene conto del genere. Il Pdl, candidando emerite signorine incapaci, ce lo ha dimostrato in molte occasioni. Di un Ministro come Maria Stella Gelmini sento di non potermi vantare come donna.

E del Ministro Mara Carfagna cosa ne pensa?
Ma figuriamoci! Ne penso tutto il male possibile e non ho mai cambiato idea. È stata messa una persona con nessuna competenza e con molti pregiudizi a guidare un settore strategico dei diritti civili di una nazione. È un atto di un’irresponsabilità istituzionale che soltanto Berlusconi poteva compiere.

Torniamo al ‘mestiere di scrivere’. Quali sono state le sue influenze letterarie?
Non amo molto la narrativa, è una mia colpa e una mia resistenza naturale. Se entro in una libreria per acquistare un romanzo, è più facile che ne esca con due saggi. Di conseguenza, non ho dei filoni autoriali molto forti. A parte narratori come Borges e Isabelle Allende, mi vengono in mente più i pensatori strutturati che mi hanno influenzato: Antonio Gramsci, Walter Benjamin e poi quelli più recenti: Gustavo Zagrebelsky, Enzo Bianchi su temi centrali come la laicità. Inoltre, amo molto Zygmunt Bauman, del quale utilizzo la teoria economica in ‘Ave Mary’ per spiegare il rapporto tra peccati, colpe-debiti ed indulgenze.

Si sente ‘nipote’del femminismo di Simone de Beauvoir?
Mi ci sono accostata da adulta e ho capito la novità del pensiero, ma ho sentito anche tutto il peso storico di un certo percorso che oggi è datato, perché ha una sua collocazione culturale differente rispetto a quella in cui vivo. Sono molto più sorella di un pensiero non così strutturato e innovativo, ma a me più vicino che è quello di donne come Nicla Vassallo, Lorella Zanardo e Loredana Lipperini.


Mariagloria Fontana

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