Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni (“Report”)

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Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni

di Mariagloria Fontana

Ha viaggiato in tutto il mondo realizzando dal 1993 al 2010 più di cento inchieste e videoreportage, documentando guerre, violazioni dei diritti civili e incontrando personaggi di spicco. Nato ad Ardesio dove vive e lavora (ha uno studio da commercialista), nel 1999 Milena Gabanelli lo ‘scopre’ attraverso il suo straordinario ‘materiale’, fino ad allora inedito. Inizia così una proficua collaborazione con la trasmissione “Report” di Raitre. Il suo primo libro, accompagnato da un dvd, si intitola “Ai confini del mondo” e racchiude le esperienze giornalistiche (im)possibili di un uomo ‘comune’.

LEGGI UN ESTRATTO Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja

Chi la conosce sostiene che il suo giornalismo sia ‘mistico’. Trova confacente questa definizione?
Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò che più mi stava più a cuore, vale a dire: tematiche sociali ed ambientali. Quando ho realizzato l’inchiesta sulla pena di morte nel mondo per ‘Report’ mi sono sentito preso da una sorta di viaggio mistico. Indagare sulla sofferenza dell’uomo che procura altra sofferenza è un’esperienza inenarrabile. Grigorij Pomeranc (intervistato da Fornoni nel 2007, nda) dice che il male non è percepito dall’uomo medio e per citare De André: “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” (tratto dalla canzone “Disamistade”, nda). Penso che sia arrivato il momento della cultura, il momento in cui l’uomo debba ridare un messaggio di vita e non di distruzione. Non so se questo mio modo di fare giornalismo sia ‘mistico’, ma voglio stare un po’ più in là in questa vita. Ciò significa andare alla ricerca della verità dei fatti e raccontare quello che vedo.

Come nasce la voglia di viaggiare in giro per il mondo e di documentare situazioni pericolosissime?
Quand’ero giovane volevo diventare un missionario. Quindi, a undici anni, andai in collegio grazie ad un prete comboniano che conoscevo. Dopo quaranta giorni, mio padre, al quale mancava suo figlio, venne a riprendermi. Dopo tutti questi anni, posso dire che fece la cosa giusta. Successivamente ho lavorato come garzone di bottega per ben dodici ore e mezza al giorno ed è stato così fino all’età di diciotto anni. Quando finalmente capii che non volevo continuare a fare quella vita, mi rimisi a studiare. Di giorno lavoravo e di sera frequentavo la scuola.

Poi cosa accadde?
Mi diplomai e mi iscrissi all’università. In seguito, aprii uno studio da commercialista che tutt’ora possiedo, ma che gestiscono per me delle persone fidate. Più il mio lavoro andava bene e più mi dava la possibilità di essere libero nelle scelte e nei viaggi che facevo. Intendo dire che non mi serviva pubblicare un pezzo o mandare in onda un mio filmato per vivere. La mia passione giornalistica era svincolata da tutto. Lo studio da commercialista mi ha sponsorizzato la vita. Ogni volta che partivo e che vedevo tutta quella sofferenza per me era come una “droga”. Ma dove c’era sofferenza c’era anche tanta dignità.

Ha un ricordo in particolare?
Sì, nel 1994 all’ospedale militare di Preah ket in Cambogia. Mi tornano in mente i giovani soldati mandati a combattere i khmer rossi. Ricordo le immagini di questi uomini terribilmente mutilati e sofferenti, ma pronti a tornare a sorridere.

A quando risale il suo primo ‘incontro’ significativo da un punto di vista giornalistico?
Nel 1993 arrivai in Angola e riuscii ad intervistare Jonas Savimbi (politico e guerrigliero angolano, è stato il leader del movimento UNITA-Unità Nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola, nda), nemmeno la Cnn e la Bbc erano riuscite ad ottenere una sua intervista. Documentai i brogli elettorali successivi alle elezioni presidenziali del 1992 e che ufficialmente decretarono la vittoria di Dos Santos. Migliaia di schede con la preferenza per Savimbi e l’UNITA erano state nascoste e, volutamente, non conteggiate.

Eppure, nonostante fosse un’esclusiva mondiale, nessuno pubblicò la sua intervista.
Sì, allora non ero conosciuto e pur avendo un’esclusiva del genere nessuno la volle. La proposi a diverse testate nazionali, ma non se ne fece nulla.

Quando intervistò Anna Politkovskaja le chiese se avesse paura. Ora io lo chiedo a lei.
Nel mezzo dell’azione si ha paura, però o vai avanti o torni indietro. Vorrei ricordare Anna Politkovskaja. L’incontro con lei non fu casuale. Stavo cercando la voce più credibile, la giornalista più attendibile ed era lei. La Politkovskaja dava voce ai civili ceceni e anche ai terroristi ceceni, che erano l’altra parte di un conflitto interno nel quale l’Europa si dimenticò di intervenire. Nessuno ha fermato il genocidio di massa. La Politkovskaja mi disse che scriveva quello che vedeva ed era l’unica ‘regola’ alla quale doveva attenersi un giornalista. Invece, ci sono tanti, troppi giornalisti che scrivono senza nemmeno andare sul posto. È necessario scrivere quel che si vede perché solo stando sul campo puoi trasporre nel tuo pezzo ciò che hai provato a contatto con quella gente. Per questo motivo devi essere lì dove accadono gli avvenimenti.

Cosa pensa dei giornalisti ‘embedded’?
Una delle numerose volte che sono tornato in Cecenia sono stato nei carri armati con i soldati russi, è stata un’esperienza molto breve, ma l’ho fatto per avere anche un’altra prospettiva. A parte questa eccezione, ritengo che sia giusto stare sempre in mezzo alla gente. È necessario capire i guerriglieri e i militari, ma è fondamentale stare dalla parte delle persone comuni che vivono la guerra sulla loro pelle. Solo stando in mezzo alla gente puoi raccogliere le storie vere. Per tornare alla Politkovskaja, anche lei tentava di dare voce alla gente comune. La Politkovskaja è stata uccisa perché ha attaccato i poteri forti. Lei diceva: “paura o no, devo raccontare quello che vedo, questa è la mia professione”.

Che idea si è fatto del caso Wikileaks-JulianAssange?
Non mi stupisco per le rivelazioni di Wikileaks, anzi, ritengo che servirebbe molta più trasparenza. Se uno pensa solo all’interesse che c’è intorno al gas in Russia, viene la pelle d’oca. L’Eni, importatrice e produttrice, compra il gas, ma a quale prezzo? Sono tante le domande da farsi. In fondo, Wikileaks ha parlato del Presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai, ma non di fatti determinanti. Bisognerebbe rivelare altro, raccontare dei reali interessi per i quali siamo in Afghanistan e di quelli che io chiamo ‘aerei di offesa’ e non di difesa. Si tratta di aerei da combattimento carichi di munizioni. Sono aerei che uccidono, ti uccidono i figli, i fratelli, i genitori, le mogli. Fanno vittime soprattutto tra i civili. Non definiamole “missioni di pace”. Non parliamo di difendere l’Afghanistan, non lo stiamo difendendo. Ho avuto la fortuna di essere a Kabul quando i talebani entravano e presidiavano la città nel 1996. Sono riuscito a filmarli, c’era una strana calma. Kabul era una città fantasma, quasi irreale. La guerra è anche una lunga attesa. Sono tornato più volte, nel 2001, dopo l’assassinio del generale Massud, e quando i talebani si sono ritirati, dopo che gli americani e gli inglesi sono entrati a Kabul.

Come reporter è tornato più volte in Cecenia durante la guerra. Cosa ne pensa dell’amicizia fra l’ex Presidente russo Vladimir Putin e il nostro Premier?
Non mi stupisce nemmeno questo. Perché ci sono cose che ignoriamo e che viaggiano sopra le nostre teste, ci tengono sotto scacco. Tutto sta cadendo nell’oblio, non si parla del mondo oscuro della Russia e del fatto che il governo sia gestito ancora dai servizi segreti. Il 67% dei deputati russi proviene dal Kgb. Ci sono troppi interessi in ballo.

Crede che ci sarà mai giustizia per Anna Politkovskaja e molti altri, fra giornalisti e operatori, uccisi mentre stavano svolgendo la loro professione?
Chissà… Comunque sono convinto che non si tratti di cercare giustizia, ma di avere più rispetto, più tutela per chi prende seriamente il proprio lavoro. Tutti quelli che raccontano la verità dovrebbero diventare ‘intoccabili’. Ci sono ancora giornalisti veri, non quelli da scrivania. In Russia non è facile fare questo mestiere, perché se non è Putin, sono gli oligarchi che decidono, omettono, mistificano la verità. Lo avevo denunciato anche nella mia inchiesta sul gas. Il mio prossimo progetto sarà un’inchiesta sui giornalisti russi uccisi. Un lavoro difficile, perché dovrò entrare nelle maglie dell’ex Kgb, dell’attuale FSB, più in generale dei servizi segreti e del Cremlino.

Quando torna dai suoi viaggi come fa a reinserirsi nella nostra ‘civilissima’ realtà?
Infatti, sento sempre il bisogno di disinfettare la mia ‘ferita’. Mi è accaduto soprattutto dopo aver assistito alla pena di morte di un condannato attraverso un’iniezione letale. Mi rifugio in un eremo che mi sono costruito dopo che tornai dal Tibet e che ero scampato al dirottamento dell’aereo sul quale viaggiavo. Due volte all’anno lascio una parte di questo eremo a dei frati francescani che anni fa mi chiesero se potevo ospitarli.

Ha mai provato rancore nei confronti di chi ha avuto più fortuna di lei?
No, non faccio nulla per successo personale. In questo senso mi rappresenta bene la frase della Gabanelli che di me disse: “giornalista non per interesse giornalistico, ma per documentare le tragedie umane a se stesso”. Questo libro è nato dalla volontà del direttore editoriale di Chiarelettere che mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza e, giunti alla mia età, ne sono contento. Gli uomini non dovrebbero nascere per le gratificazioni, ma semplicemente per vivere.

Con il suo ‘misticismo’, il giornalismo come vocazione e la sua lunga barba canuta mi ha ricordato un autorevole giornalista: Tiziano Terzani.
Ma scherza? No, non posso accettarlo. Mi lusinga, ma non reggo al paragone. Lui era coltissimo, coniugava la ‘missione’ per il giornalismo con un’eleganza, una professionalità e una cultura fuori dal comune.

(27 gennaio 2011)

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