Intervista a Enrico Brizzi. L’Italia e gli anni del Caimano.

pubblicata su Micromega www.micromega.net

L’Italia e gli anni del Caimano. Intervista a Enrico Brizzi

di Mariagloria Fontana

Pensando a Enrico Brizzi torna alla mente una frase di Pier Vittorio Tondelli: “La scrittura emotiva non è altro che il sound del linguaggio parlato. […] La scrittura emotiva è spigolosa, è forte, è densa, si tocca con il corpo, ci si fa all’amore, entra dentro, ti prende” [1]. Brizzi è pura scrittura emotiva sin da quando ventenne pubblicò “Jack Frusciante è uscito dal Gruppo”. Lo abbiamo incontrato a Roma per la presentazione del nuovo libro “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (Laterza, pag. 314, € 12). Ti guarda dritto negli occhi mentre parla, tra una sigaretta e l’altra. È posseduto da una passione che sfiora quasi la rabbia. Le sue parole evocano i suoi personaggi. Tagliente, non risparmia nessuno, nemmeno se stesso. Non è Jack Frusciante, come voleva Maurizio Costanzo, è un autore maturo, un marito e un padre. Dopo aver vissuto tante vite è ancora, inevitabilmente, in cammino.

Hai definito “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” il naturale prosieguo di “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”. È una cronistoria che si intreccia con l’elemento autobiografico?
È una storia che si muove su due binari: uno è quello della grande storia del paese, ma non evocata dal punto di vista dei libri di storia, quanto da quello dei ricordi personali. Io non ricordavo che giorno fosse quello in cui Craxi è stato preso a monetine davanti all’hotel di Roma, però ricordavo in quale bar mi trovassi e quale è stata la reazione della gente. Nel libro ci sono raccontati dei momenti di svolta del Paese visti dagli occhi di un telespettatore, di uno qualsiasi. Il secondo binario è quello della storia personale. Un individuo che ha avuto il mio stesso destino e che ha una famiglia e degli amici che nuotano nel mare di questa Italia. Quindi la dialettica è continuamente giocata tra quello che capita a ‘sto povero cristiano che prima guarda Goldrake, poi Bim Bum Bam, Drive in, di straforo perché i genitori non glielo permettono, e poi vede cambiare il costume del paese intorno a sé all’epoca di Non è la Rai. Giovane, si trova ad avere un motivo, nella fattispecie aver scritto un romanzo, ma poteva essere aver vinto un concorso di aeromodellismo, per cui la televisione, questo spazio immateriale tipo ventunesima regione italiana che non si sa dove stia, si interessa di lui.

Nel libro parli anche del clamore suscitato dal tuo esordio letterario. Hai dovuto fare i conti con il tuo passato?
È stato liberatorio raccontare che cosa ti succede quando a vent’anni credi d’averla già fatta grossa pubblicando un romanzo e invece ti trovi improvvisamente di fronte alcune delle facce più note del Paese e ti rendi conto che devi interpretare una parte per essere lì. La parte dello scrittore ventenne un po’ ribelle e un po’ di buonsenso. Ti viene costruito un personaggio dagli autori delle trasmissioni che ti invitano. Ti trovi a un bivio: vuoi scrivere o vuoi essere famoso? Le due cose si contrappongono. La scrittura ha bisogno di quiete, di tempi lunghi. Apparire, invece, significa essere sempre pronti a ricevere molte chiamate e rispondere ‘sì’. Per scrivere devi tenere il cellulare spento, per andare in tv lo devi avere sempre acceso e rispondere a qualunque stimolo ricevi da quella parte. Io ho deciso di vivere col cellulare spento.

A vent’anni si può restarne fuori?
L’unica difesa che puoi opporre è l’assenza.

Poi però, e lo racconti, ci sei tornato in televisione.
È molto diverso andare lì ed essere considerato un adulto invece che un cazzo di fenomeno da baraccone post-teenager. Dalla Bignardi e da Mannoni ci vado perché so che possiamo guardarci in faccia, magari non esser d’accordo su tutto, ma parliamo fra adulti. Piombare a 19 anni al Parioli significa esser, sì, riconosciuto per la strada e ricevere le letterine a casa, ma soprattutto renderti conto che sei arrivato lì facendo la cosa più personale che potevi, cioè scrivendo un libro, la tua storia essenzialmente, e invece sperimenti, vorrei dire in diretta, ma in realtà in differita alle tre del pomeriggio, la sensazione di essere ingabbiato.

Alcuni critici ritengono che con questa tua pubblicazione denigri un meccanismo del quale comunque hai fatto parte.
Credo che sia un argomento strumentale. Chiunque abbia pubblicato o fatto un disco o partecipato in qualche modo all’industria culturale italiana degli ultimi quindici anni ne ha fatto parte. La cosa che uno può fare onestamente è raccontare il proprio punto di vista.

Sono in molti a chiedere a Roberto Saviano di non scrivere più per la Mondadori. Tu non pubblichi più per loro. Come è andata?
Ho l’idea che sia meglio essere uno degli scrittori di punta di una casa editrice più piccola piuttosto che di una enorme. Il fatto di pubblicare per Mondadori mi ha procurato delle critiche, ma non ho smesso per questo. Ho smesso perché credo che ogni progetto narrativo stia bene in un certo tipo di ‘casa’, che deve essere dimensionata in maniera adatta e poi conta anche il rapporto personale che hai con i redattori della casa editrice. La gente che tuona da fuori non ha idea delle persone che puoi incontrare da Mondadori e si immagina Missisipi burning e invece c’è gente ostaggio della proprietà della Mondadori. Lo trovo un atteggiamento ‘fighetto’ quello di organizzare i boicottaggi contro delle realtà che rappresentano il posto di lavoro di tante persone. Un conto è dire: “se posso scegliere, decido di non andare lì”, un altro è dire che quel luogo è satana. Nessuno pensa di penalizzare gli operai della Fiat per gli sprechi della famiglia Agnelli. Ed è giusto essere solidali con i lavoratori. Sarei stato incoerente, invece, se il giorno in cui ho deciso di non rinnovare il contratto con la Mondadori avessi telefonato ai giornali dicendo: ‘guardate che figo che sono’. La mia scelta è dettata da ragioni tecniche editoriali di cui non credo di dover dare conto in piazza.

Qual è la ragione ‘tecnica’?
Molto spesso c’è l’idea che lo scrittore sia un militante, e ci può stare, ma non c’è mai l’idea che lo scrittore sia un professionista e questo è un atteggiamento del cazzo. L’anomalia vera è che la più grossa casa editrice italiana sia in mano a Berlusconi non che continui a pubblicare libri. La ragione tecnica è che voglio essere libero di scrivere quello che mi pare e vado dagli editori che mi danno retta. Non posso stare a guardare se mi pagano di più o di meno se in gioco c’è la possibilità di fare o meno quello che voglio. Secondo te la Mondadori mi avrebbe concesso di fare questo libro?

No.

Questo libro segna una tua presa di posizione politica ?
Sono cose che ho sempre pensato. Non c’era stato il tempo di sedersi e guardarsi indietro. Ma come spesso accade, la scelta è figlia di letture. Ho fatto molte ricerche sul fascismo per dei romanzi ai quali ho lavorato negli ultimi anni. Trovo misterioso che la gente urlasse di gioia quando Mussolini dichiarò ‘entriamo in guerra’, perché da lì sono iniziate tutte le tragedie che sono nel cuore dei racconti di famiglia di ognuno di noi. Nessuno racconta che si stesse bene.

Ci sono delle analogie?
Ho letto per la prima volta la storia del fascismo in Italia di Gaetano Salvemini e ho pensato che sarebbe servito scrivere qualcosa del genere per il berlusconismo. Lo volevo raccontare, idealmente, alle mie figlie, che sono piccole, ma che presto si chiederanno come sia stato possibile che lo stesso uomo che ti mandava in tv il pupazzo Uan e il Tenerone sia diventato l’uomo più potente del Paese a livello politico. Di queste cose devi dare conto raccontando l’oscillazione nel suo svolgersi. Non si accontenterebbero di conoscere una sequela di eventi. Se invece gli racconti che alla loro età scrivevi a Pertini, anche se non lo vedranno mai, forse avranno almeno un’idea di che cosa significhi avere stima di un capo dello Stato.

Ha un intento ‘didattico’?
Sì, come lo sono le storie intorno al fuoco e le cacce al tesoro.

In una recente intervista Carlo Freccero ha dichiarato che ancora oggi la programmazione televisiva è americacentrica. La tv di Berlusconi è nata da lì e se il Premier non avesse comprato Rete Quattro e Italia Uno, magari lo avrebbe fatto qualcun altro…
Da Dallas a Falcon Crest, era una tv mutuata dalla provincia americana opulenta. Ci sarebbero stati comunque gli anni ottanta, ma così li abbiamo avuti con una perfezione scientifica. Che le tre grandi reti private del paese fossero nelle mani della medesima persona ha reso il piano avvolgente rispetto alla possibilità che restassero di Rusconi, Rizzoli e Berlusconi. Si sarebbero fatte concorrenza, non avrebbero giocato di squadra. Infatti negli altri Paesi d’Europa l’apertura alla tv privata significava più pluralismo nell’informazione, non meno.

Perché gli italiani nonostante scandali e processi hanno amato e votato Berlusconi?
Per chi è cresciuto in una tradizione di sinistra è molto dura raccontarsi che tutto questo è accaduto solo grazie alla forza di Berlusconi e non anche alla debolezza della sinistra. La sinistra non è stata capace all’inizio degli anni novanta, quando poteva prender per mano il Paese, di proporre un sogno comune, di contrapporre al sogno di Berlusconi di diventare tutti ricchi e famosi, un sogno di buonsenso. Un sogno comune realizzabile, qualcosa che si potesse toccare con mano nel giro di poche stagioni. Qualcosa che risultasse utile, gradito, stimolante per tutti.

Nel tuo libro sostieni che Berlusconi e tutto ciò che riguarda la sua politica facciano parte del compimento del progetto della P2, il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli. Ce ne parli?
Mi sembra innegabile che nell’Italia di oggi vi si legga il piano di rinascita democratica così com’era stato concepito nel silenzio ovattato delle stanze dei confratelli. Ci sono delle somiglianze agghiaccianti. Dopodiché, non sono né un politologo né un detective. Ma se uno pensa ai punti di quel ‘programma’: depotenziare la tv pubblica a favore della tv privata e ridurre la pletora dei partiti a due grandi partiti, quello che non posso fare a meno di notare è che, se era una profezia, si è avverata.

[1] Pier Vittorio Tondelli “L’Abbandono”, pp.8-9, ed. Bompiani, Milano, 1998.

Advertisements
This entry was posted in interviste per Micromega. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s