Intervista a Riccardo Iacona. La svolta autoritaria in ‘Presadiretta’.

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La svolta autoritaria in “Presadiretta”. Intervista a Riccardo Iacona

Intervista a Riccardo Iacona di Mariagloria Fontana

Occhi piccoli ma vividi, maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, un modo di fare deciso e al contempo cortese, così appare Riccardo Iacona, classe 1957, al pubblico intervenuto presso la libreria della Galleria Colonna di Roma per la presentazione del suo libro “L’Italia in Presa Diretta” (Leggi un estratto). Iacona, autore e conduttore di “Presadiretta” su Rai Tre, è uno di quei rari giornalisti che amano ‘sporcarsi le mani’ andando fino in fondo alle storie. Dotato di un’acribia che lo ha portato a documentare meticolosamente cosa accade in Italia e a scrivere il suo libro di esordio in una perfetta sintesi di idealismo, coraggio e determinazione.

Commentando il suo libro ha detto: “Adesso ho le prove che l’Italia di Berlusconi è un paese meno libero. L’ho visto con i miei occhi”. Cosa ha visto?
Dico che l’ho visto con i miei occhi, perché ho attraversato il nostro Paese con i miei occhi, perché ho avuto il privilegio di attraversarlo per tre anni e abbiamo prodotto 44 ore di programmi in prima serata. Vedo quello che trasmettono i telegiornali, quello che fanno gli altri, e mi rendo conto che c’è una differenza enorme fra quello che si racconta e quello che si potrebbe raccontare. Addirittura, quando si descrivono le cose che io reputo sia giusto raccontare, ad esempio la crisi economica, i respingimenti o le grandi questioni nazionali, le si svuota di significato e di senso. Quasi a non voler riconsegnare al pubblico delle chiavi di interpretazione con le quali può autonomamente giudicare l’azione del Governo. Anzi, al contrario, lo si racconta con tanta, troppa attenzione e deferenza nei confronti del linguaggio, dei codici e dell’agenda stabilita dai partiti. Queste cose le ho ‘misurate’ maniacalmente, in questo senso scrivo che ho le ‘prove’. È una dinamica che fa venire le vertigini, perché mette in crisi il meccanismo democratico nel suo momento più importante che è quello della formazione di un’opinione pubblica indipendente, autonoma, avveduta, ricca di punti di vista e che ha visto il mondo. È necessario alimentare, invece, un’opinione pubblica che non deve semplicemente pendere dalle labbra del politico di turno che sta facendo un dibattito in televisione per decidere se sta vincendo o l’uno o l’altro, come se fosse la discussione fra due tifosi della Roma e della Lazio al bar dopo al partita.

Il sottotitolo del libro è: “Viaggio nel paese abbandonato dalla politica”. Quali sono i motivi per i quali la politica ha abbandonato l’Italia?
In Italia si parla sempre di politica, ma la politica non fa il suo mestiere. Fare politica non significa occupare posti di potere, fare leggi ad personam, lucrare con posizioni di rendita, infiltrarsi nell’economia. Questo non è fare politica. Questa è una classe dirigente che si sta autoriproducendo e sta lucrando una posizione di potere. Invece dovrebbe occuparsi di tracciare l’Italia del futuro. Ciò significa affrontare le questioni fondamentali: informazione, integrazione, uso dell’ambiente e sviluppo economico e poi dovrebbe costruire un patto con gli italiani e dire: noi vogliamo andare da quella parte lì. Purtroppo, la politica attuale parla soltanto delle questioni a breve termine per potersi vendere meglio il prodotto elettorale per la prossima campagna elettorale. È una politica che fa solo propaganda e alimenta paura e insicurezza.

Rispetto a quanto ha appena asserito, la prima repubblica cosa faceva in più o in meno?
La prima repubblica era un altro mondo. I partiti, seppure mediando, avevano un rapporto con l’opinione pubblica. Ad esempio il partito comunista parlava al suo popolo. C’erano dei meccanismi attraverso i quali era possibile costruirsi un’opinione e partecipare al dibattito politico. Non voglio dire che la Rai a quel tempo fosse il posto in cui si rappresentavano tutti i punti di vista. Era un luogo terribile anche allora, ma c’erano altri posti dove si potevano costruire rapporti sociali importanti, ad esempio il sindacato, la politica di base, le sezioni dei partiti. Tutto questo è morto con la prima repubblica, la Rai ha accompagnato la morte di questo orribile modello di repubblica che ha dato vita a tangentopoli e che era compromesso con la grande criminalità organizzata. Però c’è stato un momento, alla fine della prima repubblica, in cui nel paese l’ossigeno ha girato. Invece di andare avanti, c’è stata una controriforma, una controrivoluzione per usare un termine banale. Oggi stiamo facendo dei passi indietro. Stanno costruendo una non democrazia, una democrazia minore, una democrazia semplice, usando un marketing moderno: modificano i partiti, occupano i posti dell’informazione, trasformano gli elettori in consumatori. Non voglio assolutamente dire che la prima repubblica fosse migliore di quello che sta accadendo oggi, ma l’esito di quel periodo non era scontato. Abbiamo perso un’occasione. La mia preoccupazione è che ci possa essere un esito peggiore di quello attuale. Infatti, nel libro parlo di ‘svolta autoritaria’. Uso un termine così forte perché sento il pericolo, avverto l’allarme e cerco di dimostrarlo.

Il reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre, le continue pressioni di Rai Due a Santoro con il suo ‘Anno Zero’. In questo periodo, come si lavora in Rai e in particolare a Rai Tre?
Come si può lavorare in una rete dove il direttore fa il suo mestiere con l’elmetto in testa? Paolo Ruffini è stato reintegrato grazie a due sentenze della magistratura, quindi disconosciuto dalla direzione generale, dopo che era stato rimosso a seguito di numerosi, espliciti, attacchi di Berlusconi alla terza rete e dopo che il suo nome era anche uscito nelle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta di Trani. Un direttore deve avere l’indipendenza e l’autonomia necessarie per svolgere il suo lavoro al meglio. Stiamo assistendo ad un processo di centralizzazione burocratica, di stile un po’ sovietico. Siamo addirittura arrivati al ‘timbro’ sulla scaletta, cosa dobbiamo aspettare di più? Non c’è molto altro da dire, questa è la condizione. Andiamo avanti per tigna, perché non vogliamo mollare il rapporto col pubblico, perché questo mestiere ci piace e in qualche modo facendolo alimentiamo ancora il servizio pubblico, perché sentiamo la responsabilità nei confronti del Paese, ma ci si sta avvicinando ad un punto di non ritorno. In questo senso spero in una liberazione, mi auguro che si liberi il mercato, che si liberi la governance della Rai, che vengano spezzati i meccanismi di dipendenza dai partiti, la vicinanza fra la Rai e i partiti. Non parlo della politica, ma dei partiti; è un’altra cosa.

In questi giorni il Financial Times ha definito “Berlusconi moment” l’operazione con cui il magnate austrialiano Rupert Murdoch potrebbe mettere a segno la fusione fra NewsCorp e bSkyb. Si parla di pericolo per il pluralismo dell’informazione britannica. Che differenza c’è fra Murdoch e Berlusconi?
La differenza è che loro si allarmano. Se valuteranno che c’è un problema di ‘monopolio’, mi auguro che mettano in essere le leggi che servono a tenere il mercato pulito e ad evitare posizioni di privilegio e di rendita. Dopodiché li benedico e penso a noi. In Italia viviamo nel duopolio Mediaset-Rai da quando è nata Mediaset. Aggravato dal fatto che Berlusconi, a più riprese, è diventato Presidente del Consiglio e non è stata fatta nessuna legge contro il conflitto di interessi. Il tutto peggiorato dalla riforma della Rai che ha voluto Gasparri, cioè quella che decide come si fa la governance della Rai, è terribile e ci ha riportato indietro di trent’anni. Oggi il direttore della Rai non lo decide neanche il partito, ma l’uomo di un partito. Ecco, molti pensano che Berlusconi, il berlusconismo o quello che è diventata l’Italia politica, rappresenti un ritorno al passato. Io invece credo che sia una proiezione del futuro. Mi spiego. In un certo senso Berlusconi è moderno e può essere molto imitato in Europa, già si vede in tanti aspetti della politica di Sarkozy. Il fatto che lui ce l’abbia fatta fino ad ora, è una vittoria. L’idea di un paese in cui la democrazia non sia brillante, in cui esiste un governo del fare che non deve rendere conto del ‘come’, è una grossa tentazione per le classi politiche autoritarie dell’intera Europa.

L’opposizione in Italia in tutti questi anni cos’ha fatto?
Beh, aspettiamo. No?

Dall’inizio di quest’anno in Afghanistan il numero dei caduti occidentali è salito a 529. Non solo, l’autorevole economista e consulente di Ban Ki Moon Jeffrey Sachs ha dichiarato che l’amministrazione Obama dal gennaio del 2010 ha speso 100 miliardi per la guerra in Afghanistan e solo 10 miliardi per gli aiuti all’Africa. A due anni dal suo reportage “La Guerra Infinita”, in cui raccontava del Kosovo e dell’Afghanistan, cosa è cambiato?
Le cose che avevamo fatto vedere sono ancora così. Purtroppo, la situazione si è aggravata sia sul piano militare che su quello politico. Se almeno sul piano politico si fossero fatti dei passi avanti, cinicamente uno potrebbe misurare e dire ‘quei morti sono serviti almeno a questo’. La verità è che la guerra è persa. Lo sa il Presidente Obama, lo sa la Nato, lo sanno tutti. Adesso devono trovare il modo di uscirne, così come è successo in Iraq. In verità, il problema grosso non è più l’Afghanistan, ma il Pakistan. La ‘Talebanizzazione’ è arrivata sino ad Islamabad, che è una potenza nucleare in conflitto con l’India e con l’Iran. Mi piacerebbe che Obama aprisse un negoziato politico internazionale con i paesi dell’area, perché siamo sull’orlo di un conflitto ancora più vasto. Se poi pensiamo che esistono anche le tensioni fra Iran e America, il quadro che ci hanno lasciato i due interventi militari in Iraq e Afghanistan è più pesante di quando entrarono con le armi. Spero che in Italia questo dibattito venga affrontato seriamente. Se non c’è una strategia politica, ogni fucile in più serve solo ad aggravare la situazione.

(25 settembre 2010)

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