Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico [Roma, 19/Luglio/2009]

Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico [Roma, 19/Luglio/2009]
pubblicato su nerdsattack Jul 24th, 2009 | By admin | Category: Live Report

Metti una notte d’estate, luglio inoltrato, Bruce Springsteen in concerto a Roma in uno Stadio Olimpico gremito. Sarà il cielo, sarà l’emozione della “prima volta” che assistiamo ad un live del Boss, ma l’adrenalina, non appena si spengono le luci, sale. Ci sono stati (lo sapremo solo a posteriori) problemi di orari, dovuti ai mondiali di nuoto che si svolgono a ridosso dello stadio, nell’attiguo complesso del Foro Italico. Certo non si dovrebbe far suonare il Boss ad un’ora impropria, lui di norma si esibisce alle 21-21.30. Invece, sono le 22.30 quando, fra i presenti, ben quarantamila, cala il silenzio. La soave voce di Edda Dell’Orso in “C’Era Una Volta il West” irrompe nel cielo romano fra il buio dell’Olimpico. È l’omaggio che in apertura Springsteen fa ad Ennio Morricone e, dunque, all’Italia nella sua eccellenza.

La E-Street Band sale sul palco. Poi appare Bruce ed il pubblico esplode in un boato fragoroso. One, two, three: ‘Badlands’. Si balla, si salta, si canta a squarciagola tutti assieme a “lui”, il re del rock. Continua con: ‘Out In The Street’. Dall’ultimo album: ‘Outlaw Pete’ è un grido disperato che arriva diritto nell’anima in un crescendo di suggestioni. “Can’t You hear me?” invoca il Boss e la folla risponde. L’acustica, però, non è delle migliori. C’è un‘eco insopportabile, una sorta di ritorno che disperde la voce e i suoni. Ma è comunque tutto talmente coinvolgente che soprassediamo. Di seguito: ‘No Surrender’, ‘She’s The One’, ‘Working On A Dream’. Prosegue ancora dritto come un treno con il sapore rhythm and blues di: ‘Seeds’, ‘Johnny 99′. La rassegnata amarezza di ‘Atlantic City’. La vibrante e divertita esecuzione di ‘Raise Your Hand’. Sulle prime note di ‘Hungry Heart’ il pubblico si scatena. La E-Street Band è in una forma strepitosa e vive in simbiosi col Boss. Si divertono e i fan lo sentono. La sezione ritmica è portentosa. Il Boss, che a settembre compirà sessant’anni, corre su e giù per il palco, canta, salta. Imbraccia la sua chitarra come fosse un prolungamento del proprio corpo, del suo essere. La sua musica è il rock dei diseredati, delle terre desolate, ma anche della speranza proletaria e dell’amore per le proprie radici. Da quelle braccia forti, da quella voce rauca e grintosa, dallo spessore poetico e contemporaneamente dallo stare in mezzo alla vita con tutte le sue vicissitudini nascono la sua musica e la sua autenticità. È difficile descrivere un concerto del Boss a chi non vi ha mai partecipato. È un evento irripetibile pur nella sua ripetibilità. Tanto trascinante da far saltare in piedi tutta la tribuna nord e la curva sud. In un certo senso è un’esperienza ambivalente, perchè lega indissolubilmente il fan in maniera “esclusiva” al Boss, ma lo avvicina anche alla collettività con cui condivide l’esperienza di quella sera e l’amore verso il rocker. Ciò, certo, non stupisce gli abituali frequentatori di concerti. Però quelli di Springsteen sono un bel po’ speciali. Si crea una sorta di empatia fra chi è lì e il Boss.

‘Pink Cadillac’ fa saltellare tutti in un ritmo forsennato dal sapore in puro stile rock’n’roll. Springsteen, come suo solito, raccoglie le richieste dei fan. Dalle prime file prende i cartelli con su scritti i titoli delle canzoni. Sceglie: ‘I’m On Fire’ richiesta da una coppia che si sposerà entro la fine del mese di luglio, poi ‘Surprise, Surprise’ e la dedica alla ragazza che l’aveva richiesta, perchè oggi è il suo 35esimo compleanno. Seppur non tra le sue migliori canzoni, è splendidamente eseguita. Scherza con il compagno di sempre Little Steven sulle note di ‘Prove It All Night’ che culmina nel pirotecnico assolo di Nils Lofgren alla chitarra. Fa cantare un bambino del pubblico sulle note di ‘Waitin’on A Sunny Day’ e poi lo prende in braccio. Tre ore di concerto senza fermarsi mai. Il vigore acceso e l’armonica tagliente di ‘The Promised Land’ fanno da prosieguo. La rarefatta atmosfera creata dalla eco corale di ‘41 Shots (American Skin)’ ci porta verso il vero acme della serata. Ci piace pensare che idealmente possa essere dedicata a Federico Aldrovandi. È la volta del grido, intonato anche stavolta all’unisono, del “va tutto bene” di ‘Lonesome Day’ e della resurrezione necessaria di ‘The Rising’.

Prima del bis, il finale è consegnato all’intramontabile forza propulsiva di ‘Born To Run’. Clarence Clemons al sax si lancia nello strumentale con la solita maestria. Si accendono le luci e lo stadio intero canta quell’inno generazionale con tutto il fiato che ha in gola. La disperazione, la rabbia, la voglia di cambiare, di esserci e di farcela, sempre e comunque, nonostante tutto. La forza del rock, la forza di Springsteen, l’antieroe che è diventato comunque un eroe. Rientra acclamato a furor di popolo con ‘My City Of Ruins’, in omaggio all’Abruzzo e ai suoi abitanti. L’immensa bellezza della redenzione nel viaggio della vita di ‘Thunder Road’ è un altro apice del concerto. Poi ancora la cover dei Dovells: ‘You Can’t Sit Down’, vorticoso rock’n’roll. Nell’esecuzione scoppiettante dal sound folk irlandese di ‘American Land’ c’è posto per la mamma e la zia del Boss, che salgono sul palco a ballare. Dall’addio di ‘Bobby Jean’ si va verso le note di apertura di ‘Dancing In The Dark’. Su quest’ultima, complice la meravigliosa orecchiabilità del brano (la hit per eccellenza), lo stadio riesulta all’unisono. Springsteen prende una ragazza dalle prime file e balla con lei (come nel celebre video firmato da Brian De Palma, ndr). L’invidia è tutta femminile. Nel buio della notte (oramai è l’una e trenta) la chiusura è affidata alla beatlesiana ‘Twist And Shout’ che si tramuta per un gioco di accordi ne ‘La Bamba’ di Ritchie Valens. Il Boss saluta i quarantamila assieme agli inseparabili compagni della E-Street Band. Chiudono di nuovo, come un cerchio, in un percorso ciclico come è la vita, le note evocative di “C’Era Una Volta Il West”. Le emozioni sono palpabili, i refrain nella testa. Resta la voglia di vedere un altro concerto di Springsteen e un altro e un altro ancora. Questo è il Boss, questo è il magico potere del rock dal vivo. Una volta assaporato, non si può più farne a meno. Come direbbe Lester Bangs: “Perché la musica migliore è forte, e ti guida, e ti purifica, ed è la vita stessa”.

Mariagloria Fontana

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