Intervista IL TEATRO DEGLI ORRORI

Intervista IL TEATRO DEGLI ORRORI

pubblicato su nerdsattack.net  Sep 24th, 2008 | By admin | Category: Speciali

In occasione della loro esibizione all’interno della 19° edizione di “Nel Nome Del Rock” a Palestrina, abbiamo intervistato il Teatro Degli Orrori.

Sei già stato con i One Dimensional Man a Nel Nome del Rock. Sei di nuovo qui, diversi anni dopo, con Il Teatro Degli Orrori. Cosa è cambiato?

Pierpaolo Capovilla: Innanzitutto è cambiata la band. Col TDO esploriamo un altro territorio, è un progetto molto più complesso rispetto ai One Dimensional Man. Cambia la lingua. L’italiano modifica il rapporto con il pubblico e anche con me stesso. Usare la madrelingua mi dà soddisfazioni infinite piuttosto che utilizzare una lingua che diventa un media fra quello che pensi e che quello che dirai. A NNDR sono venuto due volte con i ODM, mi piace molto e non solo per la locazione bellissima, ma anche per l’entusiasmo di fondo. Di recente, abbiamo suonato all’Heinekenn Jammin Festival e abbiamo preso coscienza, ma già lo sapevamo, che è una macchina succhia soldi. Quello è il festival delle multinazionali. Questo è quello della società civile, di chi ha voglia di cambiare qualcosa, non solo per divertirsi, per intrattenersi con gli altri per un po’ di giorni, ma anche per far circolare un po’ di cultura nel paese. Questi sono i festival che amo di più.

La maglietta degli Zu che indossi, Giulio, mi dà lo spunto per chiederti della vostra collaborazione con questa band.

Giulio Favero: Non ricordo bene quando è nata la collaborazione tra noi e gli Zu. Io lavoro con loro da un po’ di anni, gli faccio da fonico nei tour live e da ubriachi ci siamo detti: “ realizziamo un disco assieme” e sono diventati due pezzi. Il rapporto e il lavoro nascono dall’amicizia e forse da una compatibilità di intenti anche se gli Zu sono molto diversi musicalmente da noi, però come attitudine ci muoviamo nello stesso ambito. Ci piace cosa ne è venuto fuori. Abbiamo anche suonato assieme dal vivo, speriamo di fare altre date, ma siamo tutti molto occupati, sempre in tour.

L’essere così cervellotici e un po’ astrusi, seppur eccezionalmente bravi, sia chiaro, da parte degli Zu, non vi porterà verso una nuova deriva musicale magari verso un ermetismo musicale? Non ti arrabbiare (dico a Capovilla).

P. C.: Non mi arrabbio. Io credo che ad un certa età ci si debba staccare dai cliché e si debba fare qualcosa di diverso. Ti stanchi del solito 4/4 e del rock come intrattenimento in quanto tale. Ci piace pensare che le persone che ci seguono vogliano ascoltare la musica, non saltellare avanti indietro in preda a qualche droga del cazzo. È arrivato il momento di fare una musica più orientata intellettualmente, più impegnata e per questo anche più impegnativa. Perché inseguire sempre i soliti schemi?

Quindi uccidiamo la strofa e il ritornello?


P.C.: No, va bene anche il ritornello. Noi veniamo tutti dal punk, ma ora mi sento insoddisfatto delle solite cose, voglio di più e cerchiamo di farlo. Nel Teatro degli Orrori c’è di più rispetto ai One Dimensional Man, più di Super Elastic Bubble Plastic, più di tutto il resto che c’è in giro in Italia. Credo, immagino, suppongo. Mi piace anche pensare al Teatro Degli Orrori nella sua “alterità”, cioè nel suo essere veramente diverso da tutti gli altri

Cosa ascolti attualmente?

P.C.: I miei ascolti sono cambiati radicalmente negli anni. Ascolto il primo Pino Daniele, Enzo Avitabile, la musica napoletana, non la melodica o la neomelodica, intendiamoci. Mi piace il cantautorato italiano. Adesso che canto in italiano mi piace capire cosa è successo prima, cosa accade e cosa accadrà.

Fra i tuoi colleghi chi stimi?

P.C.: Mi è piaciuto molto l’ultimo di Francesco De Gregori, non tutto, devo ancora ascoltarlo bene, ma credo che ci siano un paio di cose meravigliose. Come gruppo amo moltissimo gli Ardecore. “Chimera” è un gran bel disco. Loro prendono gli stornelli romani e li fanno precipitare in una riattualizzazione in una forma di contemporaneizzazione. Sono geniali, hanno un contenuto poetico. Mi commuovono. Questo mi piace della musica: la commozione, il trasporto emotivo. Quando dici qualcosa, quando racconti con una canzone, mi piace pensare che poi queste cose diventino vere dentro il cuore delle persone che ascoltano.

Da cosa è generata la solitudine di cui parli nel brano “Compagna Teresa”?

P.C.: Beh, “Compagna Teresa” parla dell’omicidio di una partigiana. La solitudine è determinata dal fatto che questa donna muore. Dentro la canzone c’è un desiderio di solitudine fra un uomo e una donna che poi, in un cortocircuito di significato, diventa la solitudine dovuta alla morte. Abbiamo cercato di scrivere una classica canzone d’amore per poi orientarla verso qualcosa di più interessante della solita storiellina sentimentale. È chiaro che i sentimenti, l’amore, l’odio, sono le cose più importanti nella vita, ma c’è anche il rancore, l’invidia. Queste cose le mettiamo nelle nostre canzoni però le contestualizziamo in delle storie. Come nella migliore tradizione del rock.

Avete citato Antonin Artaud in molte interviste parlando del vostro gruppo. La tua performance sul palco è viscerale, invasiva. Quanto c’è di autentico, improvvisato e quanto, invece, di “studiato”, di teatrale ed artodiano?

P.C.: Artaud, come altri prima di lui, si dice lasciasse recitare gli attori un po’ come volevano loro. Lui la chiamava “la fuga dalla dittatura del testo scritto”. Così pensava di reinventarlo, di resuscitarlo. In realtà, non è possibile farlo. Non si poteva dire una sillaba che non andasse bene. Sono necessarie entrambe le cose. È chiaro che per fare uno spettacolo come il nostro ci vuole preparazione, reiterazione, bisogna rodare il gruppo, fare molti concerti. Le nostre scalette si assomigliano tutte, spesso sono le stesse. Però poi quello che accade sul palco è la vita. Chi lo sa che cosa deve accadere sul palco? Il tipo di interazione fra noi musicisti la conosciamo già. Ma col pubblico? Il TDO mette in scena la vita, ha questa ambizione. Non siamo finti, siamo veri. Non siamo morti, siamo vivi. Non siamo come quei morti che vanno in TV, quegli zombie. Quelle persone le metti in fila e sono tutte uguali, anche se non lo sono. Noi non siamo più dei ragazzini, abbiamo capito qual è il giochetto del mainstream, delle multinazionali. Noi siamo una cosa seria. Che ce ne frega di fare la canzoncina? Non ce ne frega più niente.

Hai parlato di zombie. Mi è venuto in mente Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show, o molti anni prima in Rai che disquisiva dei “ volti di saponette”. Bene parlava anche di “disidentificazione”. Sul palco accade anche a voi?

P.C.: Hai detto bene, brava. Quando io salgo sul palco sono le mie canzoni che vengono fuori. A volte bene, a volte male. Non sono io, mi piace essere ‘rapito’ dalla situazione, essere in balia, non essere protagonista di questa situazione. “Disidentificazione” è la parola giusta.

È forte l’impatto che avete sulla platea

P.C.: Deve essere forte. Noi vogliamo spaventare il pubblico, non vogliamo divertirlo.

Tu sei anche produttore. Che rapporto avete col mercato discografico e con la produzione?

G.F.: Non c’è un rapporto prettamente commerciale. Tant’è che abbiamo fatto un disco con un’etichetta indipendente e abbiamo una distribuzione medio-piccola. Fino ad ora non abbiamo trattato con grandi catene di negozi. Facciamo dischi quando ce la sentiamo. Ci abbiamo provato per due anni. Un disco può essere la foto di un momento, anche di un’idea; per noi è così. Vendere e congelare in un supporto fonografico quello che si sta suonando di solito sminuisce ciò che si fa. Quindi abbiamo messo i volumi al massimo e abbiamo cercato di dare un‘idea di quello che ci piace. Appena ci fermeremo un attimo, faremo il prossimo disco. Speriamo che esca nella primavera prossima. Ne abbiamo una gran voglia. Sono quattro anni che facciamo gli stessi pezzi.

Mariagloria Fontana

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