Intervista a Giò dei La Crus ( Mauro Ermanno Giovanardi)

pubblicato per nerdsattack.net

Intervista MAURO ERMANNO GIOVANARDI

Sep 24th, 2008 | By admin | Category: Speciali

Minuto, dall’incarnato pallido, un artista con la profondità di un uomo maturo e i grandi occhi di bambino, aperti sul mondo, disponibile, generoso, pronto al dialogo e al confronto come ce ne sono pochi in giro.

Cosa stai facendo in questo periodo, stai ultimando il nuovo disco dei La Crus?

Sì, sono contentissimo, perché dopo un po’ di tensioni che c’erano state negli ultimi due dischi non sapevo se avventurarmi o meno in questo nuovo progetto. La Wea ci aveva chiesto di fare un’antologia e ci siamo opposti perché questa idea ci sembrava abbastanza triste e noi volevamo realizzare un disco diverso. Così abbiamo contrattato con il mercato, perché era una cosa a cui tenevo molto. Piuttosto che fare una raccolta, un greatest hits con due pezzi inediti, ho voluto dare uno sguardo più raffinato al percorso dei La Crus: i pezzi sono tutti suonati con l’orchestra, ci sono le vecchie canzoni in una nuova veste, più gli inediti. In realtà, ci siamo trovati così bene che ne abbiamo realizzati sette. Io e Cesare (Malfatti, nda) abbiamo lavorato tantissimo per la selezione dei vecchi pezzi da inserire e per la composizione dei nuovi. Stiamo lavorando anche ad un DVD con un bel po’ di materiale interessante.

Quindi un disco e un DVD antologico, una raccolta completa del percorso dei La Crus?

Sì. Nel DVD vorremmo inserire una serie di cose molto belle che la gente non ha visto. Ad esempio il cortometraggio che era allegato a ‘Crocevia’, che, a mio avviso, è un lavoro bellissimo, poi un altro cortometraggio in b/n con Paolo Rossi e Gigio Alberti intitolato “I Paladini della Santa Provvidenza”, un corto muto dove il commento sonoro sono le nostre musiche. Inoltre, ci saranno degli spettacoli in teatro con Ferdinando Bruni, concerti dal vivo con l’orchestra, dei momenti in cui mixiamo negli studi e qualche videoclip. Insomma, stiamo cercando di dare un taglio, un filo continuo, prova a pensare ad un percorso lungo gli anni dei La Crus e questo mi sembra molto vicino.

Prima hai parlato di incomprensioni del passato.

Sai, è anche naturale. Spesso capita che dopo 12-13 anni di matrimonio ci siano delle incomprensioni, se sei da solo a prendere le decisioni è molto più semplice, se hai una band dopo 15 anni è dura. Se si è in due, il rapporto si logora anche prima. In realtà, i La Crus sono tre, ma Alex (Alessandro Cremonesi, nda) pur svolgendo una parte importantissima del lavoro, ma non iniziale, la fase del momento creativo, non viene mai con noi dal vivo, sul palco. Durante la promozione e anche in studio eravamo sempre in due, quindi o hai ragione tu o ho ragione io, non è semplice. Gli ultimi dischi erano stati difficili. Questo album non lo volevo fare, non perché volessi evitare delle eventuali tensioni, ma perché credevo che l’esperienza La Crus fosse conclusa. In realtà, magicamente non ci sono state tensioni. Neanche durante la lavorazione di ‘Dietro La Curva Del Cuore’ c’era un clima così disteso. È come ritrovarsi innamorato di una donna che non pensavi di amare più. Adesso non so se dobbiamo rivedere le nostre cose, però mi è piaciuto da morire il modo in cui abbiamo lavorato.

Questo album, la cui uscita è prossima, è il punto di arrivo dei La Crus o un punto di ripartenza? Insomma, è un concerto d’addio?

Per adesso è la parte conclusiva dei La Crus. L’idea iniziale era di dare uno sguardo al nostro percorso e fare dei concerti con l’orchestra dicendo che per ora questa avventura poteva dirsi conclusa. Tuttavia, avendo trovato un clima molto bello, creativo e sereno, vedremo.

Questo disco sarà più vicino al Joe solista di ‘Cuore A Nudo’?

Di sicuro questa formula di presentare i La Crus è più vicina alle atmosfere di ‘Cuore A Nudo’. Sì, perché sono le cose che amo, perché mi piacciono le atmosfere romantiche e struggenti. Anche la scelta delle canzoni è orientata verso questo tipo di discorso: abbiamo preferito ‘Dentro Me’ piuttosto che ‘Pensiero Stupendo’, ‘Nera Signora’ invece che ‘L’urlo’, ‘Infinite Possibilità’ piuttosto che ‘Fino Alla Fine Del Mondo’. Questo disco è il cuore, la parte più romantica dei La Crus…

Lo consideri un ritorno alle origini con la consapevolezza e la maturità artistica di oggi?

Inevitabilmente è un ritorno alle origini, perché ci sono pezzi che vanno dal primo all’ultimo disco e poi gli inediti, che in qualche modo proseguono il discorso di oggi.

Doveva competere e amalgamarsi con il vostro lavoro più che decennale. Sei soddisfatto?

Sì, sono contento. Le versioni sono soddisfacenti e anche i pezzi nuovi ci sembrano più vicini alla nostra idea dei La Crus. Inoltre, il lavoro sui testi è molto importante per i pezzi inediti, ci lavoro sempre con precisione e attenzione. Di questa cosa che uscirà adesso sono contento, con un disco così spero che nessun fan dei La Crus potrà dirsi deluso… è il nostro punto di vista sul nostro “viaggio”, se fosse stato fatto dalla Wea sarebbe stato composto di soli singoli. Invece qui c’è stata un’ampia libertà di scelta.

È notorio l’aneddoto del concerto di Patti Smith a cui tu assistetti e che ti fece scoprire che volevi fare questo “mestiere”. Invece, raccontaci del primo libro che ti ha dato lo stimolo iniziale a scrivere, qual è stato?

Il primo romanzo, perché trattasi di romanzo, è in realtà la biografia di Jim Morrison “Nessuno uscirà vivo di qui” (di Jerry Hopkins e Danny Sugerman, nda) e l’ho letto a 17 anni. Mi ha cambiato e mi ha influenzato un po’. Mi piaceva l’idea di Morrison di sentirsi più poeta che cantante, pur avendo una voce bellissima. Ho amato molto l’ultima parte della sua carriera, il fatto che ripudiasse una serie di cose che comunque aveva cercato, perché inizialmente ne era attratto, ma poi aveva creduto che con la musica ci fosse la possibilità di cambiare qualcosa. Era una persona talmente sensibile e anche molto adolescenziale, lui credeva veramente come quelli della sua generazione che avrebbero cambiato il mondo. Ma Morrison era meno figlio dei fiori dei suoi coevi, più europeo, per certi versi molto meno disilluso. Mentre i suoi coetanei e colleghi cantavano la pace e l’amore, lui cantava la morte, usava la cultura per cercare di arrivare a questo cambiamento. Si è reso conto troppo tardi di far parte di una macchina che in qualche modo stava sfruttando l’ideologia di questo nuovo movimento ed era arrivato già il business. È lo strappo che paghiamo ancora oggi.

Parli dell’industria discografica?

Voglio dire che la musica viene spacciata per una cosa che nutre l’anima ed è però venduta come una saponetta. Tornando alla tua domanda di prima, Morrison mi ha influenzato da un punto di vista letterario. Lui si ispirava alla cultura europea ai poeti maledetti, ma anche a Nietsche, questo mi affascinava. Le mie letture consapevoli, anche se Rimbaud lo conoscevo da prima, acquistavano più fascino: Céline, i poeti francesi e William Blake. Altri romanzi che ho amato molto sono stati: “Moby Dick” di Herman Melville, “Huckleberry Finn” di Mark Twain, l’ho adorato, e anche “Alice” di Lewis Carroll, parlando di classici (ride). Adesso sto leggendo “Antiche sere” di Norman Mailer, è un romanzo perfetto, è intrigante, ambientato nel periodo delle dinastie dei faraoni. Poi alla fine riemerge sempre la mia passione per l’archeologia.

Ci parli del tuo rapporto con la parola scritta e con il processo di scrittura. Di che natura è?

Molto conflittuale (ride). È sempre un rapporto di odio e amore, un’ ansia febbrile di riempire il foglio bianco e la paura di non riuscire a farlo. Ad ogni disco mi confronto con le aspettative derivate dai lavori precedenti, dai traguardi raggiunti. Fortunatamente e sfortunatamente ho ricevuto complimenti per il lavoro che ho svolto con le parole e mi fa piacere, ma è necessario stare sempre al passo e ti chiedi se stavolta sbaglierai, deluderai. Ogni disco che mi approccio a realizzare, ho sempre il timore di non essere più in grado di scrivere delle cose altrettanto interessanti, è un “iter” che parte in maniera ferruginosa, mentre scrivi, combatti con le tue paure. Poi le parole arrivano come un contagocce e mentre scrivi ti accorgi che sopraggiunge lo tsunami e ne vieni travolto, mi capita spesso così, perché forse penso ad un rapporto troppo serio, ma non serioso, con le parole. Ho la convinzione che chi fa il nostro mestiere ha una fortuna rispetto ad altri, la possibilità di lasciare un segno del proprio passaggio, quindi ha il dovere etico di fare sempre del suo meglio. Magari è una minchiata, ma per me è così. Tu hai il dovere di arrivare come stremato alla fine di una canzone, sia la musica, che gli arrangiamenti e le parole, è un’idea che ho sempre sostenuto, magari è una mia eccessiva cura. Durante la lavorazione di ‘Dietro La Curva Del Cuore’ c’era “Leggerezza pensosa” di Italo Calvino de “Le lezioni americane”, non necessariamente l’uso delle parole comporta una scelta lessicale ricercata, un uso del linguaggio ermetico, difficile. In realtà il percorso letterario dei La Crus è incanalato verso la ricerca della quotidianità senza perderne il lato poetico. Lavoro per questo, è un mestiere dove prendi la materia grezza e cominci a limare, come uno scultore, dalla mazza arrivi alla carta smerigliata. Io sono molto esigente con me stesso, siccome queste parole le devo cantare su un palco di fronte a della gente, ho bisogno che mi siano perfettamente cucite addosso, appiccicate. Ci sono tantissimi testi inutilizzati dei La Crus che sono nei cassetti, una media di cinque testi per ogni canzone, con tematiche completamente diverse, stessa musica, stessa metrica.

Come ti definiresti: un artigiano, un poeta, un cantautore?

È sempre stata un po’ la mia condanna, come quando mi chiedevano che musica facessero i La Crus. Non sapevo mai cosa rispondere. L’arte è interdisciplinare, mi sento anche cantante. Da qualche anno preferisco essere chiamato artigiano, uno che lavora giornalmente sulle proprie cose e, ammetto, anche un po’ per snobismo, se la prima sgallettata che va a “Buona Domenica” si definisce “artista”, allora io sono un artigiano. L’idea dell’artigiano non mi spiace anche se negli ultimi anni ho fatto un sacco di cose.

Cosa hai fatto dopo i La Crus, a parte ‘Cuore A Nudo’, che già non mi sembra poco.

Nel 2003 ho avuto l’ultima nausea verso tutto il magico mondo dello spettacolo. “Il lupo della steppa” di Hesse è una lettura che mi si addice in questi ultimi tre anni. Ho avuto una crisi di rigetto, ho fatto un passo indietro rispetto al “mondo dello spettacolo”, mi sono detto: “ma io volevo fare ’sta roba qua?” In effetti no, anche se quando senti la tua canzone al supermercato è gradevole. Insomma, tutta la promozione mi aveva parecchio stressato, deluso. I radio tour, fatti nei grandi network, posti in cui vai e non ti conoscono o non sanno come presentarti. Nel periodo di ‘Pensiero Stupendo’ siamo andati tantissimo in rotazione in radio. Così, spesso, facevamo il radio tour e trovavi il dj gentile, interessato, ma anche altri che non ti conoscevano, non sapevano cosa facevi e le domande erano spesso assurde. Non so, frasi del genere: “Facci un saluto per radio bella mia”, cose così. Inoltre, la Wea mi fa pagare ancora le defezioni a due edizioni del Festivalbar.

Ci sono andati anche i Depeche Mode e i Cure al Festivalbar…

Il motivo per cui ci sono andati è che i Cure non sanno cosa sia il Festivalbar (ride).


A quali progetti ti sei dedicato in questi anni, senza i La Crus?

Be’ sai, per me i La Crus erano la musica. Per anni ho rifiutato tante altre cose e progetti per dedicarmi solo ai La Crus, che per me erano tutto. Per anni ho fatto solo questo, ho concentrato tutte le mie energie, Cesare aveva altri progetti, aveva lo studio. Quando siamo andati in crisi con la band, ho vissuto un periodo in cui ho avuto delle perplessità rispetto a molte cose e ho capito. Così mi sono dedicato a progetti diversi, ad esempio il festival di musica e letteratura di Rimini (”Assalti Al Cuore”, nda) di cui curo la direzione artistica, mi piace tantissimo tanto più nell’ottica in cui si è incanalato: non compriamo lo spettacolo, gli eventi sono tutte nostre produzioni. Amo questo lavoro quanto la musica. Mi sento una persona che ha accumulato numerose esperienze nell’ambito della musica, sono stato socio della Vox Pop, ho lavorato in teatro, con le orchestre, prodotto degli spettacoli, adesso sento che mi voglio divertire e cerco di unire tutte queste cose.

Ti senti più vicino a Nick Cave o più a Luigi Tenco?

Bella domanda!(sorride) Lo spirito originario è sicuramente più vicino a Nick Cave. C’è un po’ di entrambi, perché l’approccio resta sempre un po’ più punk, poi la scelta di ‘Crocevia’, non è altro che una versione, un’idea di ‘Kicking Against The Pricks’ (1986, nda) e doveva essere il secondo disco dei La Crus che non sono riuscito a fare, perché avremmo dovuto realizzare delle versioni diverse, c’era una ricerca sull’elettronica, era importante dare un segno di un certo tipo. Nick Cave è stato fondamentale nel mio percorso, che è iniziato con Steve Morrissey, Patti Smith e molti gruppi punk e new wave. Poi nell’arco degli anni mi sono ritrovato a sentire che i miei artisti preferiti erano Nick Cave, Tom Waits e Leonard Cohen. Per chi come noi è rimasto infatuato della filosofia del punk, lo racconto sempre, dove se Johnny Rotten faceva piazza pulita dei Genesis e dei Led Zeppelin, in Italia facevi tabula rasa di Guccini, De Gregori ecc. Tutta la nostra generazione è cresciuta con una cultura anglofona. Noi tutti avevamo l’idea che l’Italia avesse prodotto solo musica da Sanremo. Invece, quando ho ascoltato ‘Angela’ di Tenco ho avuto un colpo di fulmine. Ho iniziato solo dopo a scoprire questi personaggi, capire a ritroso quali fossero stati gli artisti importanti. ‘Kicking Against The Pricks’ era un modello di riferimento, per Nick Cave era un’altra storia, ma era anche un tributo alle radici della musica americana. Per me ha significato un viaggio verso la musica italiana, anche se poi tredici pezzi non bastano, ma l’idea ipotetica di un filo rosso che legava canzoni e autori importanti da De Andrè, Tenco, Conte, Gaber che hanno lavorato sulla parola in maniera eccellente, fino a Ennio Morricone che rappresenta la musica italiana colta nel mondo, poi ‘Pensiero Stupendo’ che incarna un immaginario di un certo tipo. Infine da Bruno Martino ai CCCP. Se l’avessi fatto subito dopo il primo disco dei La Crus non ci avrei messo nessun gruppo della mia area, perché era troppo recente, invece, nel 2001 andava bene. Gli Afterhours rappresentano l’età dell’oro che va dal ‘94-’93 al ‘98-’99. Sono stati anni irripetibili per tutti noi.

Attualmente cosa apprezzi della musica italiana?

La cosa che fa un po’ tristezza è che dalla nidiata dove c’eravamo noi, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, poi Cristina (Donà, nda), Subsonica ecc, tutti artisti e dischi importanti e me ne scordo moltissimi altri, c’è stato poco ricambio generazionale… tolti i Verdena…

Loro ti piacciono?

Non mi piacciono più i gruppi con le chitarre elettriche (ride), neanche i Motorpsycho… non mi piace più la “musica ginnica”, preferisco un pianoforte alle chitarre elettriche, ma dal vivo loro sono una forza di dio. Apprezzo i Negramaro, loro hanno avuto un successo incredibile, c’è sempre chi storce il naso quando si scalano le classifiche, ma loro sono un’onestissima band pop. Per il resto, mi piace molto come scrive Francesco (Bianconi, nda) dei Baustelle, che se ascoltati un pezzo alla volta mi piacciono moltissimo. Amo molto la scrittura di Simone Lenzi dei Virginiana Miller e i loro brani e anche i Non Voglio Che Clara, però mi piaceva molto più il primo disco del secondo. In generale, adoro la forma canzone, perché la cosa più difficile è la scrittura semplice, la cosa più facile è la scrittura ermetica.

Come e se è cambiato invece il tuo modo di cantare, quando ti riascolti a distanza di anni sei soddisfatto?

Io faccio fatica a sentire i primi due dischi dei La Crus, non per gli album, ma proprio per la voce. Negli ultimi anni ho cercato di fare un lavoro di sottrazione, anche l’esperienza in teatro mi ha fatto maturare molto in tal senso, ad esempio ho capito che la semplicità è fondamentale. Le canzoni dei nostri primi due dischi le canto meglio ora, non solo per l’esperienza e l’uso della voce, ma anche per l’ interpretazione, che è meno “enfatica”, perché non c’è bisogno di “sforzarsi” se c’è un testo già pregno. Forzarlo, paradossalmente, lo fa diventare meno vero, quasi grottesco, anzi se un testo è profondo, denso, importante, non c’è alcuna necessità di forzare la mano. ‘Cuore A Nudo’ mi ha aiutato molto, mi ha dato la possibilità di fare concerti praticamente “da solo”. Meno strumenti ci sono sul palco, più sei scoperto, più si ha la possibilità di sentire la propria voce. Io spesso ero solo con piano e voce. Essere naturali è importante.

Le parole spesso limitano sentimenti, circoscrivono concetti. Ludwig Wittgenstein nella celebre e ipercitata conclusione del suo Tractatus logico-philosophicus sostiene: “su ciò di cui non può parlare si deve tacere”. Ci sono delle cose su cui non si riesce a parlare oppure non si può parlare nella musica e di cui non parleresti mai, perché sono inesprimibili o semplicemente per pudore?

No, ho solo una certa remora verso la scrittura “social-politica”, perché la retorica mi fa troppo paura. Per me è imbarazzante fare certi discorsi, soprattutto cantare temi socio-politici alle feste dell’Unità e nei centri sociali, mi sembra una cosa scontata. Non ho mai apprezzato i Modena City Ramblers, che in realtà sono tutti miei grandi amici. Invece, mi piace l’idea di una scrittura che io ed Alex avevamo chiamato “intimismo sociale”, più o meno. Avevamo abbozzato un’ idea di questo tipo in ‘Ogni Cosa Che Vedo’ (2003). Ma le tematiche di tipo politico-sociale vanno contro il principio di scrittura dei La Crus. Forse solo in ‘Avremmo Mai Potuto’ parliamo con il “noi”, mentre per il resto c’è sempre la prima persona singolare, perché ci si mette in gioco. Insomma, la canzone funziona quando la tua esperienza personale diventa l’esperienza di un altro. Quando sento le ballad di Vinicio (Capossela, nda), soprattutto dei primi dischi, mi dico: “ecco, è proprio così”. L’ ascoltatore se riesce a identificarsi nella mia canzone dice: “io” e si sente il protagonista. La funzione della forma canzone è questa.

Mariagloria Fontana

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