Intervista a BEATRICE ANTOLINI

Intervista BEATRICE ANTOLINI

pubblicato su nerdsattack.net Apr 15th, 2009 | By admin | Category: Speciali

Pomeriggio tiepido, arrivo  trafelata al Circolo Degli Artisti. Mi hanno consentito quindici minuti per intervistare Beatrice Antolini, che poi ha un altro incontro nella parte opposta di Roma. Fa sempre un certo effetto vedere uno dei luoghi notturni più frequentati della capitale nelle ore diurne. È deserto. Mi imbatto in una ragazza che sta scaricando strumenti e amplificatori da una monovolume parcheggiata davanti all’ingresso. Magrissima, minuta, i capelli corvini,  gli occhi bistrati e le labbra vermiglie. È  Beatrice Antolini. Mi presento, lei mi sorride, gentile. Ci sediamo ad uno dei tavoli che sono fuori.

La tua formazione artistica è stata piuttosto varia. Hai iniziato a suonare a tre anni, nel corso del tempo hai studiato pianoforte in conservatorio, poi il basso per un paio di anni in una scuola e nel frattempo sei divenuta  una polistrumentista autodidatta.

Sì. Un percorso un po’ sghembo, un po’ storto. Ho fatto di tutto ed è servito. Se avessi intrapreso un percorso lineare, adesso avrei un lavoro più sicuro, ma meglio così. Quello che faccio mi dà tante soddisfazioni e se, per caso,  fra tre anni dovessi smettere ne sarà comunque valsa la pena. Io spero che non accada, mi auguro di farne almeno altri tre o quattro di dischi, se si può.

Nel tuo ultimo lavoro: ‘A Due’ è presente una sorta di “filo continuo” che lega tutti i pezzi al suo interno. Il termine che mi viene in mente è: “dualismo”. Il titolo e il tuo stile musicale, che è giocoso ma che rivela anche una natura “ombratile” per così dire, sono “due”. Tu stessa  sei “due”?

‘A Due’ vuol dire tante cose. Il titolo doppio in due lingue: inglese ed italiano. Nella nostra lingua significa che il disco è stato fatto con un’altra persona, questo lo volevo sottolineare. E poi, sì, il dualismo già c’era anche in ‘Big Saloon’ ( album d’esordio di Beatrice Antolini, nda), in cui sono presenti pezzi sia allegrissimi che intimisti.

E tu sei così: allegrissima e introspettiva?

Sì, certamente. Poi in questo disco anche più di due, cinque , sei. Inoltre, mi piaceva fare l’accostamento con l’ottava dalla quale spesso partono i miei pezzi e nel linguaggio internazionale è: “A2”. Quindi questo ‘a due’ è pregno di significati. Vuol dire anche bisogno e necessità. Nel senso che l’ho sempre pensato come qualcosa che gli altri mi ‘devono’ in un certo senso per fare musica, perchè è talmente difficile e complicato! Ma io lo voglio così tanto, ne ho una necessità vitale e desidero che gli altri mi permettano di farlo.


Una sorta di corrispondenza o di rapporto biunivoco fra quello che tu dai e quello che vorresti ricevere?

Sì. Io do tutto alla musica. Fino ad un certo punto ho ricevuto molto poco. Adesso che colgo qualche frutto, sono pronta a dare ancora di più. Non per niente sto iniziando a suonare con sei, sette elementi. Non tendo a “sottrarre” quando suono, anzi, più ho la possibilità di fare e più faccio. Non amo ad esempio quei musicisti che nei lavori in studio sono molto complessi e poi dal vivo danno meno dell’album prodotto.

Quanto incide il fatto che tu sia totalmente “autrice” dei tuoi pezzi, che li hai ideati, composti, suonati tu nel disco, sulla esibizione dal vivo, dove, invece, sei accompagnata da sei o sette musicisti con cui condividi le tue canzoni?

Incide sull’arrangiamento. Nel disco ho suonato tutti gli strumenti e poi nel live mi ritrovo delle persone in carne ed ossa che suonano con me i miei pezzi. Ma è bello, perché tendo a comunicare in parte quello che ho fatto nel disco. La dimensione del live è talmente diversa che ho bisogno di gente molto in gamba, come loro,  per riuscire ad organizzare tutte le varie idee, per carpire le cose più importanti e mettere quelle a disposizione del pubblico. Naturalmente non puoi fare quello che fai in un disco, è un’altra cosa, è più d’impatto. Ci divertiamo moltissimo sul palco. È difficile organizzare 6-7 persone che suonano assieme, ma ne vale la pena.

Nella compilation ‘Il Pese è Reale’, progetto capeggiato da Manuel Agnelli,  ci sei tu oltre a molti altri bravissimi artisti italiani. Come è arrivata la proposta di entrarne a far parte e cosa ne pensi dei musicisti presenti con te nel lavoro, dato che avevo letto in una tua intervista che la musica italiana non ti stimolava particolare interesse ?

Sì, è vero l’ho detto. Però ho scoperto che mi piacciono da morire gli Zu, ad esempio. Infatti sono felice che il loro bellissimo pezzo sia subito dopo il mio, perché è il brano che prediligo del disco. Poi mi piacciono anche Giovanni Ferrario,  i Mariposa, gli A Toys Orchestra. Non mi ha deluso questa compilation, anzi, tutt’altro. Il mio pessimismo è stato sfatato. In generale mi sembra  riuscito come progetto ed è un bel disco. M’ha contattato Manuel (Agnelli, nda) tramite il mio editore, appena ha deciso di realizzare il progetto ed è stata, presumo, una decisione abbastanza veloce anche per loro, per via di Sanremo e il resto. Io avevo un bel po’ di concerti, quindi non potevo registrare nulla. Mi sono ricavata uno spazio di due-tre giorni e sono venuta a registrare qui a Monterotondo (paesino dei castelli romani a ridosso della capitale, nda) il mio pezzo. Però è andata bene. Certo se avessi avuto più tempo… ma ormai sono abituata a non avere tempo.

Gli Afterhours ti piacciono?

Sì, li trovo sinceri.  Quello che fa Manuel è autentico. Se non lo fosse stato sincero non sarebbe arrivato ad una  carriera così longeva.

Una domanda più “frivola”. In un’intervista a Rockit hai detto:  “non è che non ami le donne, sono loro che non amano me”. A mio avviso, non è che non ti amino, forse essendo brava, bella e avendo carisma pensano: voglio ucciderla!

No, macché dici, ma quando mai! La frase detta a quelli di rockit era una battuta.

Non c’è competitività fra donne e fra musiciste?

Io non ce l’ho di sicuro. Anzi, mi piacerebbe vedere più donne in questo lavoro. Ma io lo so perchè non ce ne sono molte. Perché è un lavoro di grande fatica fisica poco adatta alle donne. Ad esempio per scaricare la strumentazione fanno meno fatica gli uomini, però io lo faccio lo stesso, perché non trovo giusto che lo facciano loro per me. È  il mio progetto e quindi mi assumo tutte le responsabilità. Capisco però che se non hai una stazza robusta, per così dire, puoi pagarne le conseguenze. Infatti a me sono uscite anche delle ernie e poi ho avuto problemi alle corde vocali. Insomma varie cose. Le sento le fatiche del lavoro, per questo ribadisco e ci tengo a dire che è un “lavoro” a tutti gli effetti e anche molto complicato. Comprendo pure che questo per tante ragazze è impossibile, però mi piacerebbe che non lo fosse. All’estero ci sono moltissime donne che suonano, che fanno progetti da sole, che si assumono la responsabilità del loro mestiere. In Italia no. È  una cosa culturale, non sarò io a cambiarla. Non critico nessuno, mi spiace solo non potermi confrontare, non poter avere nel gruppo una ragazza.  Mi piacerebbe moltissimo anche per le doppie voci ad esempio.

Posso propormi io!

Cosa suoni tu?

Suonavo il basso con scarso rendimento e ho provato a cantare con eguale esito. A proposito, tu suoni il basso.

Nel disco sì. Nei live ancora no. A breve dal vivo suonerò anche la chitarra.

In Italia c’è qualcuno che ti piace sempre sul fronte delle donne ?

Diciamo che non mi piacciono i progetti “al femminile” dove si tende a ghettizzare il femminile. Odio questa cosa. Ad esempio quattro donne che si mettono a fare punk. Mi sembra veramente “retro”. Le Babes In Toyland l’hanno già fatto: basta! Questo fare la donna “riot” e parlare di temi che son sempre gli stessi da anni, lo trovo superato. Invece mi piacerebbe vedere tanti gruppi con molte donne che fanno le musiciste punto e basta.

Sei molto eclettica. Oltre a suonare, hai studiato all’accademia delle belle arti, hai scritto musica per spettacoli teatrali. Se potessi scegliere fra un’ipotetica collaborazione con Robert Wilson con cui anche artisti del calibro di Tom Waits hanno lavorato e una con David Byrne, cosa preferiresti?

Io collaborerei con Byrne in qualcosa di musicale. Un mito assoluto. Infatti, a breve sarà in Italia  per una serie di concerti e proverò in tutti i modi a contattarlo e a dirgli: “ciao”.

Quali sono i tuoi obiettivi imminenti?

Salutare David Byrne. A parte questo, continuare con l’attività live che è anche l’unica cosa che ci dà un po’ di sostegno. E poi iniziare a scrivere i provini per il nuovo disco.

Ho letto che quando vuoi sentire delle cose nuove nella musica ascolti i Beatles e lo hai motivato commentando: “tanto è tutto lì”.

Si, è vero. Quando voglio sentire cose nuove ascolto i Bealtes. Ma anche David Bowie, Stevie Wonder, Herbie Hancock. Quando voglio degli “spunti” ascolto la musica prima degli anni settanta o anni settanta. Ma amo anche la musica elettronica.

Hai dichiarato in molte interviste che è dura farsi accettare in Italia come musicista. Sostieni che quando ti chiedono che lavoro fai e tu rispondi: “la musicista” non vieni presa sul serio. Nella forma mentis italiana fare musica non è un lavoro?

Sì, è così, purtroppo. Però bisognerebbe che tutti iniziassero ad imporla questa cosa. Perché molta gente pensa: faccio il doppio lavoro, suono ogni tanto. Però se suoni ogni tanto non arrivi da nessuna parte. In un  progetto o ti ci butti al 100%  e lo fai diventare un lavoro oppure se parti già che non è un lavoro non lo diventerà mai. La convinzione è la prima forza che una persona deve possedere. Alla fine l’importante è autogestirsi e mantenersi. Come mi mantengo sono affari miei, se uno non ci crede sono affari suoi. Se vivo con quattro soldi anche quella è una mia scelta e non me la prendo con nessuno. Però non giudicare la musica un lavoro, mi sembra veramente assurdo. Basta che una persona passi una giornata con uno di noi per dire: ‘no, non lo voglio fare! Voglio fare l’impiegato’. Anche perché non si stacca mai, a parte i ritmi di vita , stranissimi, orari improbabili, ma anche le idee stesse su cui poi andare a comporre. Poi abbiamo dei programmi per la gestione delle giornate che sono inaffrontabili. Non per fare autocommiserazione, perché siamo fortunati a suonare a Roma per la terza volta ad esempio al circolo degli artisti. Però dietro c’è tanto lavoro e non solo mio, ma di molte persone.

Faresti mai un disco per la Sugar di Caterina Caselli o sei di quelle artiste che storcono il naso?


Non lo vuole un mio disco la Caselli, che ci fa?

Perché non lo vuole?

Non lo so, ma son convinta che non lo vuole. Io non ho pregiudizi sul mercato discografico né sulle major né sulle etichette indipendenti. Semplicemente non credo che potrei piacerle per come sono io. Non penso che potrei lavorare con un produttore che mi dice quel che devo fare. Questo no. Poi se ho la libertà totale, allora sì. Come hanno fatto gli Afterhours a Sanremo, ci andrei pure io. Anzi, ritengo che bisognerebbe  andare a Sanremo e portare un pezzo proprio, talmente bello che piace a tutti e del quale non hai nulla di cui vergognarti con nessun tipo di persona. Come facevano nella musica pop tanti anni fa.

In parole povere: la buona musica arriva comunque senza distinzioni?

Sì. Arrivano le cose autentiche che non assomigliano a niente. Infatti più le cose non assomigliano a  niente e più sono autentiche. Nella musica è così. Tutte le cose che mi piacciono assomigliano a loro stesse. Quando mi chiedono: a chi fai riferimento musicalmente? Io rispondo: a me stessa. Lo so che può sembrare egocentrismo, ma non lo è. È come se uno che dipinge facesse gli stessi quadri di un altro che già c’è stato,  chi lo vuole? È un imitatore. Può piacere per un po’, può vendere, ma dura poco uno così, non è “autentico”. Però nella musica è frequente questa tendenza alla “citazione”.

Forse serve solo per incasellare. Forse serve ai giornalisti e basta.

Si. a me hanno attribuito tutti i generi possibili. Ognuno scrive una cosa diversa. Ormai quando mi chiedono: che genere fai? Io rispondo: tutti.

Intervista raccolta da: Mariagloria Fontana

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