Intervista a GIORGIO CANALI

Intervista  a GIORGIO CANALI

pubblicato su nerdsattack.net Sep 24th, 2008 | By admin | Category: Speciali

In occasione della sua esibizione durante la prima serata della rassegna Today I’m Rock di Capaccio (Salerno) abbiamo incontrato Giorgio Canali. Inutile divagare sul suo “storico” passato prima come tecnico del suono per Litfiba e CCCP( dei quali entrerà anche a far parte come chitarrista nella ultima fase della loro carriera), poi come chitarrista eclettico dei CSI e PGR, produttore di molti artisti dal sound innovativo (Verdena, Bugo solo per citarne alcuni…). Sono le due del mattino quando, visibilmente stanco, ma disponibile a parlare, ci sediamo nei giardinetti retrostanti la piazzetta del paese, proprio dietro alla statua di Padre Pio.

Per rompere il ghiaccio la prima domanda che ti faccio riguarda la parola “rabbia”. Tutta la rabbia che produce una reazione, l’arte, le tue canzoni, è una parola che citi spesso. La rabbia è un concetto che frequentemente ritorna in questo tuo ultimo lavoro (”Tutti Contro Tutti”, il quarto album solista) e nella tua performance dal vivo appena vista, è un sentimento che pervade il live, le emozioni che trasmetti, le parole e la musica. Ma è l’effetto o la causa di cinismo, disincanto e della grande critica verso la società?

In effetti nelle mie canzoni c’è sempre stata un po’ di tensione, di scazzo violento nei confronti del mondo. In questo album in particolare ho voluto mettere il tutto sotto la sigla, l’immagine di una parola che è “rabbia”. Rabbia che parte fra i solchi. Non esistono più solchi dal primo pezzo che arrivano nell’ultimo pezzo del disco contenuto appunto in un ciclo di rabbia. Rabbia spesso impotente, a volte spontanea, altre indicibile, inenarrabile, una di quelle sensazioni che non possono essere descritte, perché sono talmente furiose che non ci si può far niente. È una specie di impotenza verso tutto quello che e che c’è attorno a noi. Spesso chi fa il mio lavoro, chiamiamolo così, chi fa quello che faccio io ignora ciò che c’è intorno, perché non è divertente e spesso non paga mettersi a dire ‘ehi guardate che qui c’è qualcosa che non va’. È più facile nascondersi, racchiudere i propri pensieri in scuse e pretesti come la poesia e come l’estetica. Io mi rifiuto di fare musica da un punto di vista meramente estetico. Penso che questo si senta dalle mie note, non potrei farlo con le parole, sono troppo importanti le parole, diceva Nanni Moretti in “Palombella Rossa”. Sono così importanti che non si possono sprecare. Trovo che negli ultimi dieci anni nelle canzoni italiane ci siano state una perdita di senso e di rivendicazione vere. C’è un sacco di politica nelle canzoni infilata semplicemente per vendere di più, è la politica del consenso. Intendo dire quando uno si mette a sbandierare un’idea solo se gli fa comodo e la proclama con le parole che la gente vuole sentire. Sia da una parte che dall’altra, sia dalla cosiddetta destra che dalla sinistra… sì, sì, assolutamente.

Intendi anche i gruppi italiani di “sinistra” degli anni ‘90?

Sì, tutti i gruppi che fanno politica di sinistra in Italia mi fanno cagare profondamente.

Anche quelli dell’allora CPI-Consorzio Produttori Indipendenti?

Sai, la politica dalle parti del consorzio è sempre stata solo ed esclusivamente affrontata dai CSI, perché non mi ricordo di nessun altro gruppo che scrivesse testi di etica e politica. Questo è chiaro, perchè Ferretti ha una maniera tutta sua, ora più che mai, difficile per molti da capire.

Ti riferisci alla sua ’svolta’ politica e non solo?

No, non è una svolta, in fondo, perchè è così da quando lo conosco. Giovanni è molto massimalista nelle sue cose, quindi nel momento in cui crede fermamente in qualcosa, che sia Padre Pio o che sia Lenin, lo fa fino in fondo. Il problema è che magari a molti sta più simpatico quando cita Majakovskij piuttosto che Ratzinger, il cardinale, parlo di prima che diventasse Papa. Però Giovanni ha una valenza tutta sua, al di fuori di tutto.

Vuoi dire una sua coerenza intrinseca che apparentemente può sembrare l’opposto, ma in realtà sono scelte ponderate, sentite.

Sì, sì. Quando sento la politica infilata nelle canzoni di un certo tipo di musica rock in Italia che va a finire tutta nel “chi non salta Berlusconi è”, mi dà molto fastidio. L’unico che è in grado di scrivere in maniera “politica” decente non ha niente a che fare con il rock’n’ roll ed è Frankie Hi-NRG, è geniale nelle sue cose. Un altro che secondo me con la sua banalità riesce ad inserire delle cose molto più intelligenti di quanto in realtà sembrino è Lorenzo Cherubini, è molto meno populista di tanti altri che dovrebbero essere più ‘impegnati’ e invece sono solo occupati a rendersi piacevoli al popolo di sinistra, che poi è quello che balla e salta per non essere Berlusconi. Il problema sta anche nella difficoltà di scrivere concetti e pensieri etici e politici. Si può prendere posizione anche non parlando di politica. Non dico certo con la rima ‘cuore-amore’, ma magari si può imprimere la propria volontà di pensiero pur non parlando palesemente di politica. Quando c’è sugo dentro e un ragionamento che va al di là del puro fattore estetico va bene. Non ho mai sentito una parola politica nei testi di Manuel Agnelli però mi piacciono moltissimo. E soprattutto non lo metto fra quelli che fanno estetica fine a se stessa, Manuel mette del sangue nelle sue canzoni, perciò quando uno ci mette del sangue vale, tutto lì.

La scelta, l’importanza delle parole hai detto prima. Quindi come ti definiresti, un cantautore della parola, un po’ il corrispettivo di chi fa un teatro della parola?

Mah, non so come definirmi. Forse “cantautore” è la definizione più vicina a quello che in realtà è quest’avventura, perché poi alla fine scrivo una marea di cazzate che a volte fanno ridere, altre fanno riflettere, altre ancora fanno male. Sì, va bene “cantautore”, in fondo ci sono molte più parole che note nella musica di “Rossofuoco”. Mi piacerebbe fare qualcosa di molto meno frequentato dalle parole, con un po’ più di respiro. Il problema è che non appena apro il rubinetto c’è una logorrea che va ed è difficile chiuderlo il rubinetto quando parte. Per questo album ad esempio lo stimolo è partito da una vicenda tristissima accaduta a Ferrara. Non avevo una parola, avevo otto, nove pezzi pronti solo dal punto di vista strumentale. Stavo pensando che ormai avevo affrontato tutte le possibili stronzate intelligenti che si possono scrivere in una canzone e ormai avevo usato tutti i giochi di parole, tutti i pensieri che avevo nella mia testa li avevo espressi quindi mi sono detto: basta, facciamo un disco solo musicale oppure mi faccio scrivere i testi da qualcun altro. Poi improvvisamente è accaduta questa vicenda.

Ti riferisci a Federico Aldrovrandi?

Sì, la storia di un ragazzino di appena 18 anni che tornando a casa viene massacrato di botte da una pattuglia, anzi due, della polizia. Poi per tre mesi, sia la stampa che la questura hanno cercato di coprire tutto con delle menzogne incredibili, soprattutto con delle accuse violente che hanno screditato l’immagine di Federico. Per me durante quei mesi era una storia qualsiasi di un regolamento di conti fra piccoli spacciatori e tossici, una storia di tossicodipendenza minore. Alla fine salta fuori che invece di essere stato trovato in quelle condizioni è stato messo in quelle stesse condizioni da quattro poliziotti. Tutto è venuto a galla solamente perché la mamma di Federico era testarda, perché in realtà la maggior parte della gente si sarebbe arresa. Lei ha aperto un blog su internet (www.federicoaldrovandi.blog.kataweb.it) e nel momento in cui c’è stato un interesse così ampio è stato difficile star zitti.

Tu l’hai conosciuta?

Sì, sin dall’inizio. Appena è nato il comitato per la “Verità per Aldro” (www.veritaperaldro.it) ho subito partecipato alle loro iniziative, abbiamo fatto dei concerti per attirare l’attenzione sulla vicenda, c’è anche la dedica sul mio album. Da qui sono partite tutte le parole di rabbia che ci sono in questo lavoro e non si sono più fermate finchè non ho chiuso l’ultimo pezzo. In ogni canzone c’è un piccolo riferimento a quella storia, ma me ne sono reso conto dopo, non l’ho fatto intenzionalmente. Su “Rossofuoco” (secondo album solista del 2002, nda) in ogni pezzo compariva la parola “rosso” e quella era stata una scelta voluta, qui invece no.

Quindi “verità” è un’altra parola chiave, una costante che ricorre e permea il tuo lavoro.

Sì, vai a capire dove sta la verità. Quella che ci vogliono raccontare poi…

Ti riferisci alla verità veicolata dalla carta stampata, dai media più in generale?

Sì, la carta stampata è il male minore, perché comunque la scegli, non ti capita per caso. I media, la tv in particolare no. Penso ad esempio al TG Com, anche su internet, è presentato in maniera più neutra rispetto agli altri tg Mediaset, invece è quello che ti spara sempre la roba più velenosa. Quando Berlusconi è andato al potere nel ‘94 pensavamo di avere a che fare con un cafone, ma si sono affinati. È la strategia della comunicazione politica vera e propria.

Quali sono, se ne ravvisi, le differenze fra l’Italia e la Francia in campo discografico e creativo avendo lavorato e vissuto in entrambi i paesi?

Non sono in grado di valutarle, ci saranno indubbiamente differenze, ma è dal ‘98 che sono andato via da lì. Ho messo una pietra sulla Francia, non sui francesi, perché la mia bassista è francese. Probabilmente è una realtà molto diversa da come l’ho lasciata. Anche qui è cambiato tutto rispetto a dieci anni fa, anche in Inghilterra è diverso da dieci anni fa. Il mondo cambia sempre in maniera strana, perché i fondamenti restano i medesimi, sono sempre gli stessi sopra e gli altri sotto e quelli stessi che prendono per il culo gli altri, però c’è il resto attorno che gravita negli spazi liberi in maniera diversa e muta: gli interessi e i gusti della gente, il modo di vivere, le forme d’arte. Io non pretendo di fare dell’arte ma di fare delle cose che sono una forma di espressione, di creatività. Quando sono andato via dieci anni fa c’era molto pop francese però anche in Italia c’era pop, che ora è parecchio massacrato. Non so, di sicuro è più facile fare del rock in Francia, se non altro per i numeri del pubblico e per le vendite dei dischi.

Soffri dell’appiattimento culturale che pervade l’Italia e non permette alla musica di qualità di diffondersi? È un degrado culturale generalizzato ma forse è un problema di sempre.

Ci stanno informando che siamo sull’orlo di un baratro da un punto di vista economico, ma è sempre stato così sin dagli anni ‘50. Il boom economico è stato anche finto qui… però ci stanno facendo capire che tutto il resto è superfluo e bisogna lavorare tutti insieme per la riuscita di non si sa bene cosa, per avere tutti quanto una BMW in garage, non so. Il problema è che si sta mettendo il dito sempre più sulle situazioni economiche, sul prodotto interno lordo, sulla produzione industriale. Negli anni ‘70 e ‘80 c’era una volontà di fare cultura, comunque inferiore rispetto a quella degli altri paesi europei, e di finanziare la cultura, ma ora proprio non c’è più. Prima gli unni poi i vandali, sai i danni sono stati fatti… il problema è che ci stanno raccontando che tutto il resto non serve. Prima gli altri, poi questi hanno tagliato progressivamente tutti i fondi per la cultura (i famigerati tagli al FUS-Fondo Unico per lo Spettacolo, nda), forse un 80% era dato ad amici e parenti, ma un 20% arrivava nei posti giusti, ma se tagli via il 50%, quello che resta va dove dicono loro e non ce n’è più per nessuno.

Personalmente sono felice che ci sia il centrosinistra al governo, se non altro per evitare agli altri di governare. Penso ai tuoi testi che denunciano certe realtà, sono parole piene, dense di “coscienza civile”, anche se non so se è la definizione corretta…

Sì, ma io la chiamo coscienza individuale, perché l’individualismo non è quella merda che stanno propagandando da anni i “padroni del vapore”. No, l’individualismo è un’altra roba, che parte da un concetto sano di anarchia: io sono padrone di me stesso però non mi pestate i piedi, non mi fate fare quello che non voglio, tutto lì.

E soprattutto siamo liberi di formarci una nostra coscienza critica.

Non guarda spesso negli occhi Giorgio Canali quando parla, solo a tratti, a brevi intermittenze. Molto più sovente osserva un immaginario lontano, cui si riferisce mentre colloquia con il suo intervistatore. Tutto lì, aggiungo io stavolta, ed è quanto basta. La manager lo chiama, sono le due e trenta del mattino. Giorgio mi spiega che deve necessariamente andar via, domani sarà a Catania per un altro concerto, ci salutiamo e corre via. Grazie a Giorgio Canali per le parole e ai ragazzi dell’organizzazione del Today I’m Rock per averci ospitato.

Mariagloria Fontana

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