Intervista ai Pane

Intervista PANE

pubblicata su nerdsattack.net Sep 24th, 2008 | By admin | Category: Speciali

In un torrido pomeriggio estivo a Villa Mercede (quartiere S. Lorenzo per chi non è di Roma, nda), incontriamo Claudio Orlandi, cantante e paroliere del progetto Pane, band romana.

Se dovessi presentare i Pane, come li definiresti? La definizione è la ‘morte’ della musica, ma ci vuole.

Io dico sempre che siamo un “gruppo” nel senso sociologico del termine, inteso come stare assieme e condividere delle intelligenze. I dischi che abbiamo realizzato sono degli ‘ami’, delle ‘luci’ per far sì che persone interessate a quel tipo di mondo possano avvicinarsi e condividerlo. Per quanto mi riguarda, ci sono due anime che convivono in me: la musica come elemento politico e il discorso poetico sulla visione. Tuttavia, non siamo né un gruppo politico e né di esteti, le due anime vanno rimescolate.

Scriverai mai una ‘hit’ radiofonica?

Nella hit non ci possiamo riconoscere, il gruppo perderebbe di senso. Stiamo cercando una dimensione, non certo studiata a tavolino.

Non ti sembra un discorso campato un po’ in aria? Un disco, per quanto di qualità, è pur sempre un ‘oggetto’ da divulgare, da vendere. Come conciliate quanto hai detto con questo aspetto?

L’album è, indipendentemente da te, un ‘oggetto’ da vendere. Non devi far niente perché lo sia, tu devi fare qualcos’altro.

Allora la tua aspirazione è che nessuno ti ascolti?

No, niente affatto. Mi deve ascoltare la maggioranza delle persone, ma con altri orecchi. Certo, come hai sottolineato tu, è una prospettiva ‘aleatoria’, ma si crea per questo.

A cosa o a chi ti piacerebbe che fossero associati i Pane?

Tu fai domande difficili!

Non ho detto né band, né pittori, né altro, è il gioco delle associazioni, fai tu…

Un gran bel bosco pieno di alberi, un parco. Ma questo è campato in aria, dirai tu.

No, non l’ho detto.

Però l’hai pensato.

Sì, ma riflettevo sulla copertina di “Tutta la Dolcezza ai Vermi”.

Si possono dire tante frasi retoriche. Ad esempio che la società ci lobotomizza, ma una persona mediamente intelligente lo sa. Quindi l’arte, sia essa musica, scrittura o altro, che cosa deve fare? Te lo domando.

No, sono io che faccio le domande. Però posso dirti che, recentemente intervistato, P. Capovilla del Teatro Degli Orrori ha risposto: “emozionare”.

Questa è una delle risposte possibili, ma possono essere anche altre le funzioni svolte dall’arte: avvicinare o risvegliare elementi di fiducia reciproci.

Tu quale possibilità hai scelto?

Avvicinare, risvegliare e stimolare la fiducia tra le persone che hanno punti in comune, perché il mondo ti sgretola. Il termine “fiducia” è stato relegato al gergo della politica e dell’economia, è sbagliato, dovrebbe invece competere l’essere umano.

Quindi la musica dei Pane ha questo ruolo. Non è pretenziosa come aspettativa?

Sì, lo è, ma noi mettiamo sul palco le nostre vite, tutto. Non dobbiamo suonarle, quelle canzoni, dobbiamo esserle.

Questo avviene ogni volta che suonate, ogni sera?

Sì. Infatti non suoniamo tanto

Voi vivete di musica?

Cerchiamo di scartare tutto ciò che potrebbe invadere e limitare il nostro percorso musicale, ma nessuno vive di musica.

A Roma quali gruppi sentite affini?

Sicuramente meritano grandi elogi gli Acustimantico. Poi restando a Roma, i primo lavori degli Elettrojoyce erano eccezionali, sebbene elettrici avevano un’anima molto particolare. Il loro lavoro è finito troppo presto, avevano unito due anime che poi sono scoppiate. Io non li conosco personalmente, parlo a livello intuitivo. Però pensando a quello che è accaduto dopo, le due anime si sono polarizzate e ridefinite. Inoltre, mi piacciono molto i Tetes De Bois.

Per quale motivo venite spesso associati al Banco Del Mutuo Soccorso?

Perché ho la barba e un po’ di pancia. Onestamente non ho mai avuto la fissa del progressive.

Ma tu li ascoltavi?

No. Se ti fa piacere dico di sì, ma di fatto no.

Loro la succitata hit la fecero.

Qual è?

“Mobydick” (1983, “Banco”) e la suonarono al Festival di Sanremo.

Vedi che combinano co’ ste hit, non devi farla una “hit” se la tua musica non lo consente. Rischi di rimanere nella mente, nelle orecchie della gente con “Grande Joe”, magari “E mi viene da pensare” (1979, “Canto di Primavera”) non se la ricorda nessuno. Ma fa parte del gioco.

Scriverai una Mobydick e andrete a Sanremo?

Può darsi. A Sanremo, magari, ci andrei subito. Ma perché che cos’ha Sanremo che non va?

E che ne so? I grandi artisti lo snobbano.

Probabilmente non ci chiameranno mai. Però mi piacerebbe andare a Sanremo e suonare “Abu Ghraib”.

Non vorrei deluderti, ma il pezzo dev’essere inedito come da regolamento. Forse meglio il Premio Tenco.

Ma è chiaro, il Premio Tenco è il nostro obiettivo.

Come ti sei formato come cantante?


Io sono un autodidatta. Non conosco la musica, non serve per cantare, forse per insegnare. È chiaro che ho fatto uno studio sulla mia voce. Poi con il gruppo inizialmente abbiamo osservato il pubblico dei primi concerti e come reagiva alle nostre canzoni.

Avete usato il pubblico come ‘indicatore’?

Sì. A quel punto, senza tradire noi stessi, il nostro primo obiettivo è stato che il pubblico non andasse via dai concerti dicendo: non sanno suonare e, quindi, abbiamo accresciuto le nostre capacità tecniche provando di continuo. Come si impara un lavoro? Facendolo. Tra di noi per comunicare non usiamo le note, ci diciamo: “fammi un fieno”, ad esempio, non: “dammi un la”. Il “ la” non esiste, è una convenzione. La musica è intuito. La trascrizione musicale esiste per poterla tramandare, ma il musicista non è un matematico. Però non sono contro chi studia. Sono contro solo ciò che è stupido.

Cos’è stupido?

Voglio essere diplomatico, sono laureato in scienze politiche.

E qual è la musica intelligente?

Quella che ti piace. A livello di poetica gli Area ci hanno influenzato. Attualmente amo molto Robert Wyatt, adoro la sua libertà nella composizione, nei fraseggi vocali.

Ti piacerebbe collaborare con lui? Cristina Donà l’ha fatto.


La Donà, chitarra e voce, è una delle più brave d’Europa. Se fosse americana andrebbe da tutte quelle celebri e le zittirebbe, è incredibile quello che fa.

Hai citato gli Area. Allora qualcosa di “prog” alla fine c’è nella vostra musica.

Sì, ad esempio la scelta nella line-up del flauto traverso. Ma io non sapevo di avere una deriva progressive, l’ho capito ultimamente, quando tutti me lo facevano notare. Anche nella musica classica c’è il flauto traverso eppure voi critici non ci associate a questo genere.

Ma è perché voi fate ‘pop’ che venite accomunati al prog e non alla classica.

Sì, ma molte delle nostre derivazioni sono di musica classica. Io e il pianista sentivamo Maurice Ravel e Claude Debussy, quest’ultimo è stato un elemento fondamentale a livello di arrangiamento e struttura sul piano per arrivare a qualcosa che confina con Erik Satie e il pianoforte del novecento. Noi siamo un gruppo europeo del novecento e dentro c’è tutto quel retaggio storico.

Debussy e l’impressionismo musicale non fornivano immagini definite all’ascoltatore, ma impressioni da poter rielaborare.

Infatti, per noi tutto questo ha a che fare con un elemento visionario che ci contraddistingue. Nei nostri brani non c’è una storia, ma una visione. Non mi piacciono i testi con molte parole. Io desidero fermare l’attimo e lavorarci attorno. Ciò è legato alle forme di monotono, monocromatismo, che non è un rosso piatto e acrilico, per esempio, è un rosso pieno di sfumature interne.

Non è un quadro di Mondrian, ma più un Rothko.

Brava! Credo che tu abbia perfettamente colto ciò che intendevo. Le nostre forme di monocromatismo nascono da qui, c’è una spinta molto fisica, chi ha visto i nostri concerti, non a caso, parla di teatro.

È vero, siete molto fisici, avete un forte impatto sul pubblico.

Il fatto di essere autodidatta mi ha misurato giorno per giorno con la mia voce e mi ha fatto prendere contatto col corpo. Da qui la vicinanza con Demetrio Stratos, ma non sull’aspetto tecnico, più sul concetto della voce, sull’essere umano che canta e che può essere “un corpo risonante”. Devi avere una proiezione di te da dare agli altri, non un’ introiezione, altrimenti soffochi, ci deve essere questo rapporto col pubblico. Ma ciò avviene solo se, paradossalmente, amplifichi anche le tue possibilità tecniche. Poi ci sono persone che hanno una predisposizione, salgono sul palco e qualcosa succede, sempre. Altre no, mai.

Parli del carisma?

Forse.

Tu ce l’hai?

Spero di averlo, ma non sta a me dirlo. Credo che non ci si debba guardare né definire troppo, altrimenti si rischia di restare schiavi di se stessi. Non devi guardarti indietro. Il mito di Orfeo e di Euridice la dice lunga. Tu hai la tua bellezza, va bene, ma non devi voltarti a guardarla.

Mariagloria Fontana

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